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Full text of "Sulle antiche lapidi ticinesi : con appendice sopra un'epigrafe di Casteggio, esercitazioni antiquarie"

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i 



SULLE ANTICHE LAPIDI 

TICINESI. 









\ 









SULLE 

&SttM3ìJ2ì aUSILIDa 



CON APPENDICE SOPRA UN’ EPIGRAFE 

DI CASTEGGIO 

ESERCITAZIONI ANTIQUARIE 

DI PIER VITTORIO ALDINI 

PROFESSORE DI ARCHEOLOGIA. NUMISMATICA 
DIPLOMATICA ED ARALDICA 

NELLA imp. REGIA università* DI PAVIA 




PAVIA 

Nella Stamperia Fusi e G. 

133 1 . 

c 



Digitized by thè Internet Archive 
in 2016 




https://archive.org/details/sulleantjchelapi00aldi_0 

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AL SIGNOR MARCHESE 

FM ANTONIOTTO BOTTA ADORINO 

CAVALIERE GEROSOLIMITANO 
CIAMBELLAIO E ' MAGGIORE NELLE ARMATE 
RI S. M. T. R. A. 

REPUTATO NOBILE DELLA PROVINCIA RI P VVl V 
PRESSO LA CONGREGAZIONE CENTRALE 
IN MILANO. 



qXo Aowo Alato dewipe^y avvide-, c (le non 
dolo i btowzi èò i mattini, co i [aceti acan- 
zi c)i anticftì edijist, e tali alttc coAc 
matetiaii co inanimiate avccfjiiacfi J |'iu 



gentili , die come le meSajlie e le aiiii- 
, abbiano a Siedi monumenti 



:$u 



ctie a emme 



$ 

S^elt età j^addate; ma le lingue alteedi, 
alcuni canti |Wte eS udanze nazionali, 
c &£ j - 1 untamente Cima w^owo pCeddo Iolt 
patte Sella j^opolajione dempce pii te- 
n aco- acj/li antichi codtumi. Q?ecciò ap- 
plauSidco a "Sotti ©Ceclieolocp Si cjuelle 
conteaSe, elle in Stretto Se' optimi, pon- 
gono i loto dtuSi in coàedta unica con- 
Sizione Si paten lot monumenti. IUSolt 
pii dotalmente (j/uatSanSo nella lay on 
Selle code, a me deuitca poteevi a^/^iu- 
g/uete altea dpecie ancot pili eccellente, 
diccome quella elle di compone Si eddeCi 
animati e dpitauti, cjuati dono le urna 4 - 
ne dtiepi, e j^a cjnedto- lo- cpanSi |^a- 
mijlie peecipuamente , e cj,£i uomini cfie 



conservano 1' avito Splendore c gentile z- 
^a. (Perocché <)ivenjono eddi alle fedenti 

. . ■ • ■ • • "V • 

generazioni testimoni certissimi, co imi- 
tatili edenici 7)ell antico valore o- cor- 
tesia ; tanto piu utili o-^a pregiarsi, 
in cjuanto che "ài fiottio in cjpi or no^chveu- 
<pono (piu tati, e poco manca che non 
de ne petàa ilL huon denie. oj nali 

v code io dono evenuto cjut "'àidcorrenào , ac- 
ciocché di conodca ilL perché io ah Ina 
Stimato molto opportuno lo indirizzate 
a <Poi, ì^otiliddimo Signor TTSarchede 
ciotta ©Giorno , cjuedte povere mie eser- 
citazioni intotno allo- antiche^- lapidi 
che di coudervano nella splendidissima 
vostra (Patria. <C certamente tutti coloro 
che hanno la fortuna ^di conoscervi ne 
«ventanno tosto la convenienza , e ve ne 



tevvò GUxniio ifL dovuto onore: ma j^oide 
a tastone mi accudetanno a vet io 

untato Soltanto allo dco^o mio la- 
voro, densa t)ate una lo^)e coiiàetjpita al 
merito vodtro c et t amento* ^taiu)iddimo , 
non dolo come gentiluomo , imolt |mu 
awcofcoo- cornea (Sitta^i no > e_j- uoino^t 
Xettero- 



(Di ‘Poi Sij. r TTSafccftede 

Pavia il 3i. di Luglio i83i. 



Devotiss . ed Obbl. Servitore 
P. V. Aldini. 



SEaSH5HEE5H5SHB5HHH5H5HETE5H) 






Il Sig. r Architetto Giovanni Voghera ha 
fatto da qualche anno diligentemente incidere 
e pubblicati i Monumenti pavesi , fra quali an- 
che varie antiche iscrizioni ( Fase. x. xi. e 
xii. ); e dovendo appresso darne un Elenco 
ragionato, si compiacque fidarne questa pic- 
cola parte di lavoro: della quale c’incaricam- 
rao di buon grado , siccome argomento cui 
avevamo inteso alcun poco nell’ esercizio pra- 
tico, che annualmente siamo soliti di dare a’ 
giovani studiosi che dobbiamo precedere in 
questa I. R. Università per gli studi del- 
f Archeologia : e tanto più volontieri , che 
sembravaci dovesse uscirne alcun lume alla 
storia dell’ illustre Città di Pavia, alla quale 
ci è gratissima ogni occasione di poter mo- 
strare il particolar nostro affetto e grati- 
tudine. Ma il lodato Sig. Voghera avendo 
trovato il nostro lavoro per avventura poco 



conforma a quanto crasi proposto; e distolto 
da cure migliori , avendo anche interrotta la 
pubblicazione de' suoi Monumenti ; queste no- 
stre osservazioni rimasero sepolte nell’ oscu- 
rità che forse meglio lor conveniva. Se non 
chè i caldi amatori delle cose patrie, Chiaris- 
simi Signori Dottor Defendente Sacchi in al- 
cuni articoli della Minerva Ticinese , Avvo- 
cato D. Giuseppe Rondini nel IV. Tomo 
delle sue Notizie Storiche , e Marchese Luigi 
Mala spi ria nella pubblicazione delle lapidi 
che adornano la sua raccolta , hanno voluto 
onorare di alcuna menzione quella nostra po- 
vera fatica ^ confortandoci di produrla alla 
luce. Abbiasi dunque aneli essa la nobile 
Pavia, al pari di tante altre Città dell' Italia, 
la raccolta di tutte le sue antiche lapidi ro- 
mane ; molte delle quali sono tuttavia inedi- 
te , siccome trovate da pochi anni in alcuni 
scavi e demolizioni ; specialmente dopo la 
pubblicazione dell'Opera del P. Siro Severi- 
no Capsoni 5 che v' inserì tutte quelle che si 
conoscevano fino a' suoi giorni ( 178?» ). La 
quale circostanza non mancheremo di accen- 
nare nelle speciali loro osservazioni , con tanto 
maggior animo, in quanto che è abbastanza 
noto, questo solo meritò procacciar loro non 
poco favore presso gli Archeologi : laonde su 
di esse andremo anche alcun poco allargando 
il discorso. La maggior parte dell altre che 



3 

tuttora rimangono , può dirsi però non meno 
inedita; perocché , siccome vedremo, sono 
state pubblicate molto imperfettamente, o 
per difetto di ciucila diligenza che in oggi 
si riconosce cotanto necessaria; oppure per 
averle voluto correggere secondo le opinioni 
de’ loro editori. Per verità esse non sono in 
un numero sufficiente, onde poter formare 
una giusta raccolta, e molto meno corris- 
pondere alla grandezza di una Città di mol- 
to nome nell 5 istoria. Ma oltreché all 5 epoca 
dell 5 Impero romano cui appartengono codesti 
monumenti, il Municipio ticinese non s* in- 
nalzò forse al di sopra di tanti altri de 5 quali 
non ci sono rimasti che i soli nomi; è regola 
quasiché generale, le antiche lapidi esser piu 
rare in ragione della distanza dalle cave de* 
marmi, sicché la spesa impediva non pochi 
dal tramandare alla posterità la memoria di 
lor devozione agli Dei, ed agli uomini illu- 
stri , e di loro pietà verso i parenti o gli 
amici. Inoltre convien por mente alle tante 
distruzioni strazi e mine, cui è andata sog- 
getta ne"’ secoli appresso, quando Pavia sh’n- 
nalzò al sommo di sua grandezza, ed ebbe 
tanta parte alle sgraziate vicende d’ Italia. 
Finalmente vuoisi guardare al niun conto 
che ne 5 bassi tempi face vasi di codeste vene- 
rande reliquie dell 5 antichità ; quando, nonché 
conservarle, generalmente gli uomini face- 



vansi un dovere di religione il distruggerle , 
quali avanzi dell* abbonata superstizione pa- 
gana, e di seppellirle ne* fondamenti delle fab- 
briche, quasi vii materiale. E certamente 
non poche ve ne doveano essere in allora in 
questa Città, siccome quasi tutte le fabbri- 
che di que’ secoli dimostrano. E non v’ ha 
dubbio esistessero assai belle e grandi arche 
di marmo , o fossero Cenotafi , o Sarcofagi , 
adorne di figure e d’ iscrizioni, delle quali 
nessuna in oggi rimane d’ intiera ; non ve- 
dendosi che vari fastigi e coperchi con aqui- 
le, o con teste di leoni incastrati ne" muri 
di antiche fabbriche; e grandi urne, e coper- 
chi semplici, o rase delle lettere di che era- 
no iscritte, le quali servono di vasche ne’ 
giardini e di abbeveratoi ne’ cortili, e nelle 
scuderie de’ privati. 

Ma la classe più rilevante di antichi mo- 
numenti letterati che vuoisi ricercare in Pa- 
via e quasi di particolar sua ragione, è 
quella de"’ tempi bassi e specialmente de* 
Longobardici, allorché fu fatta residenza or- 
dinaria de* Re che vi fondarono il Pregno 
d’ Italia. E ad essi vorremmo intendere con 
ogni studio, se più altamente sentissimo di no- 
stre forze. Perocché ne rimane ancora una serie 
abbastanza numerosa, in cui si conservano no- 
mi di Re di Principi e di altri personaggi 
grandi e famosi; e la memoria d’ imprese, di 



5 

costumi e di opinioni di quelle potenti na- 
zioni, le cui storie sono tuttavia involte fra 
molte tenebre , ond’ ebbero vita le nuo- 
ve generazioni, e i nuovi destini di nostra 
patria. Le costoro epigrafi però domandano 
una quantità di cognizioni difficili per poterne 
raccogliere il vero senso , ed una critica af- 
fatto propria per giudicarle: ed essendo nel- 
la maggior parte incise sopra lastre assai gran- 
di e sottili, r indolenza de* posteri le ha tro- 
vate opportune di farne pavimenti alle Chiese 
ed alle abitazioni 5 e perciò si sono logore 
nelle lettere , o si sono spezzate. Inoltre sono 
quasi semnre scritte in versi che tengono più 
al ritmo che al metro , per lo più incostante, 
e ripiene di concetti freddi e volgari, espressi 
con parole ampollose e superflue, spesso bar- 
bare , e non di rado prive di buon senso. Infi- 
ne mancano di quella dignità, ed uniformità 
di stile di formolo e di sigle, che tanto si 
ammira nelle antiche romane iscrizioni ; sicché 
molte volte riesce impossibile lo interpretarle, 
non chè supplire alle loro lacune. Rispetto al- 
lo stile, si direbbero quasi tutte lavoro dello stes- 
so scrittore , e vi si veggono replicati i concet- 
ti medesimi esposti colle stesse frasi e parole. 
E certamente erano opere di uomini per que* 
tempi dottissimi, fra quali le storie ci hanno 
tramandati i nomi di un Felice grammatico 
assai caro al Re Guniperto , e di un Flaviano, 



6 

e di un Pietro ; pure grammatici, cioè poeti 
e dottori, in ogni genere di sapere, prima 
che il magno Carlo ne minasse lo Stato y e 
ne facesse dono di sapienti e di dottrine por- 
tate di Scozia. Però in codeste longobardi- 
che iscrizioni vi hanno caratteri estrinseci in- 
tieramente lor propri: le lettere in generale 
più lunghe che quelle del buon tempo ; mol- 
tissimi nessi, e pochissime abbreviature; le 
parole unite e senza spazi nè punti; inoltre 
fregi a fogliame intrecciati, di assai basso rilie- 
vo all" intorno, e qualche volta anche frammez- 
zo , che dividono la stessa epigrafe in vari 
scompartimenti. Di queste il Grutero ne rife- 
risce non poche (pcig. 1167. seg. ) tratte da 
un codice dell" Elettor Palatino , e copiate 
nelle Chiese di Pavia intorno al secolo XIII. 
ed in esse bellissima una in versi ofiti, già 
sulla soglia della basilica di S. Michele. Delle 
quali tutte , siccome di mol te altre riferite da 
vari scrittori, nessuna ha durato in originale 
fino a noi. Fra le ancora esistenti, tre ve 
ri hanno nella collezione Malaspina , che si 
veggono incise ne’ monumenti del Voghera 
( Tclv. xiv . ), due nel Gabinetto archeolo- 
gico deir Università , altra nel soppresso mo- 
nastero della Pusterla, illustrata con molta 
erudizione ; ed ingegno dal Dottor Sacelli 
( Antich. Romcint . T. i> ) , altra in S. Miche- 
le, ed altrove. 



7 

Abbiamo inoltre la bella e celebre iscri- 
zione del Goto Re Atalarico, che parla di 
luoghi destinati a pubblici spettacoli per lui 
eretti in Pavia, inserita nelle due grandi Col- 
lezioni , e di cui il Capsoni descrive la sto- 
ria (Tom. tu. pag. i 26.); e V altra greca 
di una singolare paleografìa, conosciuta dagli 
Archeologi sotto V antonornastico di Marmo 
pavese: monumento unico nel suo genere, po- 
sto da due fratelli nativi di una fra le tante Cit- 
tà dell* Asia nominate Apamea, coi Consoli 
dell’ anno 4 - 7 1 • dell* e. y. e il mese Gorpieo al- 
T uso macedonico, e molte altre particolarità 
che interessano grandemente i nostri studi. 
Di essa scrissero f Ale iato (Dispunct. ui.de 
ord. dignit . ), il Maffei, il Muratori, il Cor- 
sini, lo Zaccaria, il Donati, TAllegranza, e 
il Capsoni , senza che alcuno ne cogliesse il 
vero senso, riservato alla singolare industria 
e dottrina del Sig. Dott. Labus, cui tanto 
deve la scienza epigrafica , il quale felicemen- 
te ne diede V interpretazione ne* Monumenti 
sacri e profani della Basilica di S. Ambrogio 
del Dott. Ferrano (Mil. 1824. pag. 63 .). Fi- 
nalmente si hanno non poche iscrizioni cri- 
stiane, cominciando dal V. secolo, che si con- 
servano, come le due precedenti , nella bèlla 
collezione del Sig. Marchese Luigi Malaspina 
di Sannazaro ; uomo di vastissime cognizioni, 
e chiarissimo per tante opere d* ingegno e di 



8 

utilità, già date alla pubblica luce; il quale emu- 
lando la gloria degli antichi Signori d'Italia, 
onde la nobilissima sua famiglia deriva, sta 
ora innalzando nella sua casa medesinia un 
nuovo tempio alle arti belle, che formerà uno 
de* piu splendidi ornamenti alla Patria. Tutte 
le altre epigrafi antiche ticinesi, seguendo 1' av- 
vertimento di Plinio, non meno che il desiderio 
di tutti gli uomini dotti , e Y esempio delle 
più colte Città dell' Italia, si sono riunite ed 
incastrate nel muro, in una delle logge terre- 
ne dell' I. R. Università , a comodo ed istru- 
zione degli studiosi. Ivi sperasi verranno de- 
poste tutte quelle che si troveranno in appres- 
so, o che rimangono tuttora in mano de' pri- 
vati, a' quali nulla giovano, e si fanno re- 
sponsabili alle lettere ed alla patria ( cui a 
ragione appartengono) della loro conserva- 
zione. 

Le quali cose siamo venuti qui discorren- 
do, acciocché si conosca di quante e quali 
epigrafiche ricchezze possa darsi vanto la dot- 
ta Pavia, avvegnaché noi ci siamo voluti 
per ora rimanere a quella classe soltanto die 
spetta a buoni tempi romani , nell' intendi- 
mento di ridurle alla vera e genuina loro 
lezione. Il quale scopo per quanto possa sem- 
brar facile a cogliersi, non trattandosi che 
di copiar con diligenza e buona fede ciò che 
si trova scritto sul marmo , pure il più delle 



9 

volte la scabrosità del fondo , il logoramen- 
to e guasto delle lettere, le riempiture, i 
nessi, e le stranie loro figure lo rendono as- 
sai difficile, e domanda una lunga pazienza 
ed un occhio sperimentato , oltre non poca 
cognizione delle cose degli usi delle formole 
e dello stile secondo i diversi tempi j sic- 
ché è rarissimo che siasi raggiunto con ve- 
ra esattezza e precisione. Non si parla dei 
due grandi tesori gruteriano e muratoriano , 
ed in gran parte anche de loro supplementi; 
essendo noto che que* dottissimi Collettori 
hanno prese le loro epigrafi da chiunque le 
abbia loro spedite, e dovunque ne abbiano 
trovate le copie, senza curarsi di verificarle 
e di collazionarle sugli originali, contenti ad 
accennarne la provenienza, sulla quale non può 
neppure riposarsi con sicurezza. Molto meno 
vogliamo alludere a quegli scrittori, che inci- 
dentemente nelle loro opere hanno pubblicate 
antiche lapidi , ma o che sono affatto digiuni 
di questi studi , o appena li hanno assaggia- 
ti, i quali avvegnaché sembri dovessero aver 
dato il testo delle epigrafi in piena buona 
fede , lontani da ogni ambizione di corregger- 
le, o piuttosto di farle dire ciò che vieme- 
glio potesse loro gradire; pure non è a dirsi 
di quanti errori sieno soliti di riempire le lo- 
ro copie. Piuttosto vorremmo rivolgere la 
nostra osservazione a buoni Archeologi , e 



50 

specialmente a quelli che si sono dedicati ad 
un ramo diverso della scienza , locchè avvie- 
ne più di frequente, se non temessimo che 
ciò venisse attribuito ad ingiuria, o a di- 
fetto di quella riverenza che per noi è loro 
dovuta. 

Ad ottenere Y intendimento nostro rispet- 
to alle poche epigrafi ticinesi, abbiamo do- 
vuto praticare due differenti modi di critica, 
secondo le diverse circostanze ; 1* uno per 
quelle che tuttora si hanno in Pavia , e 
la cui conservazione , per le cose dette di 
sopra , può sperarsi assicurata finche durerà la 
civiltà e vi saranno in onore le buone lettere 
e la filosofia; esaminandole sugli originali con 
tutta attenzione, ed anche più volte, al con- 
fronto delle copie già edite , o da noi stessi 
precedentemente ricavate. 1/ altro metodo si 
è dovuto adoperare per quelle che più non 
esistono, e che sono andate disperse o smar- 
rite; non già per colpa della vecchia igno- 
ranza de’ tempi , ma per somma ignavia , se 
non pe* vizi ancor più turpi deir età nostra; 
perocché a quella de" nostri padri, ancora si 
osservavano con diligente cura e rispetto. Per 
esse abbiam ricercati gli apografi secondo la 
fede de" primi copiatori , e più ancora adope- 
rato il raziocinio, che in ninna cosa non vuoi- 
si tralasciare giammai: ed andremo esponendo 
le ragioni ove occorra , onde si è preferita la 



nostra lezione, allorché tratteremo ciascuna 
di esse in particolare. Nelle quali osservazioni 
sembrerà forse a taluno , che per noi siasi usa- 
ta di una critica alquanto severa sul conto 
del benemerito P. Capsoni: la qual cosa, qua- 
lora fossimo persuasi esser vera, vorremmo 
più presto correggere che discolpare. Che 
sentiamo quanta venerazione c’ ispiri nell' ani- 
mo chiunque dia argomento di caldo affetto 
pel patrio nido, e ricerchi ogni onesta via di 
rendergli onore. E certamente il P. Capsoni 
ne ha fatte le prove che per lui si sono po- 
tute maggiori in quelle sue Memorie Storiche 
sulla regia Città di Pavia. E noi non ci 
siamo voluti permettere veruna osservazione, 
se per avventura, usando egli di una logica 
assai più indulgente di quella che per noi si 
reputa necessaria nelle cose storiche , alla 
foggia de" rettori , abbia fondato sopra debo- 
li congetture un troppo sublime edificio , ut 
primordia urbium augustiora faciat 0 siccome 
diceva T. Livio; ed anziché scemargli la 
meritata lode, il vogliam celebrare storico 
assai diligente ; e copioso erudito. Ma sul 
conto particolare delle antiche lapidi, ch’egli 
lia preso ad illustrare , era necessario ufficio 
nostro il discoprire non tanto gli errori , 
quanto la mala radice ond’ essi derivano : ac- 
ciocché gli scrittori di cose patrie non deb- 
bano continuare a togliere come provate sen- 



lenze i falsi calcoli di una mal intesa am- 
bizione , ed a perpetuare gl* inganni ; e gli 
studiosi sieno fatti accorti di trattare codesti 
argomenti colla necessaria dottrina e diligen- 
za 5 ma insieme sine ira et studio ; altri- 
menti non potrà giammai emergere il vero , 
scopo sovrano cui mirar deggiono tutte le 
scienze, ed in ispecial modo la Storia e T Ar- 
cheologia. 



1 3 



SULL 5 EPIGRAFI TICINESI 

ESERCITAZIONI ARCHEOLOGICHE. 



Num. 



I. 




n'GGHN'AI 

' COMN'OJ 
NIVSJ^ERV 



SX M ù 



-A.ra votiva a Giove Agganaico dedicata per 
se e suoi da M. Nonio Vero. Fu edita e com- 
mentata del P. Capsoni nelle sue memorie Sto- 
riche di Pavia (Tom.I. jy. 207.); e fu trovata 
udranno 1756. nello scavare i fondamenti del- 



4 

la casa de*PP. Somaschi eletta la Colombina, 
ora residenza delPI. R. Tribunale: esiste in 
oggi nella raccolta Malaspina. Codesto mar- 
mo si rende assai pregiato pel titolo di Ag- 
ganaico dato a Giove, propter beneficia Opti- 
mum, propter vini Maximum appellatimi 
( Cic . de Nat . Deor . ); ina il predicato eli 
Agganaico non appare essergli stato dato 
per verun altro monumento , e rimase igno- 
to allo Spon e a tutti che scrissero intor- 
no alle Deità iguote degli antichi. Il Capso- 
ni 3 seguendo il Guasco ne’ marmi Capit. 
( Tom . 1 . p . 90. e II. p. 222. ) , lo fa de- 
rivare dal greco, e lo interpetra Laetifer , o 
Diespiter. Più ragionevolmente però può cre- 
dersi un avanzo dell’antico linguaggio de’ po- 
poli abitatori di epieste contrade, pria che vi 
fossero introdotte coll’ impero i costumi e la 
lingua de’ romani : ed era forse uno di quelli 
che Festo ( Lib. F. ) chiamava Municipalia 
Sacra , quae ab ìnitio habuerunt ante civi- 
tatem romancim acceptam. Ma sembra ancor 
più probabile fosse nome di luogo, dato al 
Dio per la stessa ragione che altrove chia- 
mavasi Argeo Axure Capitolino Casio Olim- 
pio e simili: perocché la voce Agganaico , 
tiene qualche relazione col latino Agger al- 
tura, argine; e non è inverosimile che di 
tal modo si nominasse il luogo ove innalza- 
vasi il tempio di Giove, ed il Campidoglio 



ticinese. In fatti vediamo in altre lapidi lo 
stesso Nume cogli epiteti di Aereo, Apen- 
nino, Cacunno, Gelimontano, Ladico, Vi- 
mineo ec; tutti indicanti luoghi alti e mon- 
tani , ove solitamente era adorato ; ed os- 
servando il luogo ove fu trovata quest' ara 
coll’ altra che segue, si vedrà essere il più 
elevato di tutta la Città. Ed è noto, che non 
solo le Colonie, ma gli stessi Municipii, e 
i Vici studiaronsi di rappresentare altrettante 
immagini della Capitale del Mondo, e tutti 
volevano avere la loro Curia il Senato i Col- 
legi gli Anfiteatri , nonché il Campidoglio 
ed il Foro. Non mancano altri esempi di 
nomi straordinari , forse della stessa deriva- 
zione, dati a Giove e specialmente in un 
epigrafe milanese ed in altra bresciana, edite 
ed illustrate dal eh. dott. Labus nelle note alla 
Storia di Milano del Rosmini ( Tom . iv. 
jp. 44 1 *)? dove si osserva esserne stati au- 
tori individui della stessa gente Nonia per 
lui dimostrata spettante alla sua Brescia; ma 
che pel numero grandissimo di monumenti 
sembra esser stata assai ricca e diffusa in tutte 
queste contrade nel secondo e terzo secolo 
dell’ era nostra ; siccome lo era in Roma , e 
nell' Italia meridionale a' tempi di Augusto , 
cui era anche congiunta di parentela ( Sveton. 
in Aug. c. 43 et 56 ). 



1 6 



Num. 2. 



I- O *M 

CRESCENS 
ET SATVR 
NINUS 
CVN* SVIS 
V-SLM 



Fa riscontro al precedente altro Cippo o 
Ara votiva di grandezza poco minore, rinve- 
nuto nel 1829 sotto il selciato vicino alla 
piazza della Trinità, a pochissima distanza 
del luogo in che rimaneva sepolto il primo; 
ed ora ritrovasi presso il sig. Orlandi possessore 
della vicina casa. Da questo rilevasi, che il 
Nume di Giove nell' antica Ticino non era 
generalmente invocato col titolo singolare 
che abbiamo di sopra osservato. Perocché è 
assai probabile che in origine appartenesse 
allo stesso Tempio o luco sacro , ed anche 
all’ età medesima ; vedendosi che sopra un 
marmo della stessa foggia, e quasi lavorato 
dalla stessa mano, Crescente e Saturnino han- 



*7 

no lasciata memoria di un loro voto alla 
stessa Deità, usando la stessa forinola solenne, 
curri suis votum solvit lubens merito ( v. s. 

L. M. ). 

Non ci occuperemo dello scambio fre- 
quente delle due a (lini m. ed n. che si vede 
nella parola cum. I nomi dei due di voti si 
riscontrano ugualmente uniti in lapide grute- 
riana ( f. 592, n. 4 ), ove si scorgono fra loro 
fratelli, e figli o nipoti di M. Ulpio Crescente 
liberto ab veliiculis dell* Imp. Tra j ano; sic- 
come questo Saturnino era a commentariis 
'vehiculorum ; il Padre cioè, sopraintendente 
alle vetture imperiali, ed il figlio incaricato 
al registro delle medesime: i quali sembra 
che morto V ottimo padrone si recassero e si 
stabilissero nel municipio Ticinese , ov* eb- 
bero occasione di mostrare la loro religione, 
offrendo qualche donativo in voto alla supre- 
ma Deità del luogo. 



Num. 3. 



18 



PETILIAQF 
SABINA 
SACERDOT 
MINERVAE 
V • S • L • M 
ADIVVANTE 
M- CLAYDIO 
FIRMO 



JPilastretto elegante già edito dal Muratori 
(/. 154 . 5) con qualche inesattezza, avendo 
letto Sacerdos invece di Sacerdote onde ven- 
ne corretto del Capsoni ( T. ì.p. 21 5.); nella 
spiegazione poi che questi ne dà, rigetta la 
parola Sacerdotissa per mancanza di auto- 
rità ne’ Classici , i quali adoperano Sacer- 
dos nell" uno e Y altro genere ; che però 
trovasi in À. Gellio ( Lib. x. cap. 1 5 ) ; co- 
mechè lezione combattuta da qualche criti- 
co, sebbene sia noto di quante parole non 
usate dagli altri Classici egli abbia dato gli 
unici esempi. Il nostro storico preferisce di 
riempiere Y abbreviatura colla parola Sacerdo - 
tuia usata da Varrone, facendo della di vota 



1 9 

Petilia Sabina una piccola Vestale : ma per- 
chè colla fanciulla (lavagli noja quell' aju tante 
Claudio Firmo, la getta crudelmente a scio- 
gliere i suoi voti in un lupanare, facendola 
argomento alle invettive del Vescovo S. Eu- 
nodio ! 

Dal contesto dell’epigrafe non può deter- 
minarsi precisamente , se Petilia fosse Sacer- 
dotessa di un tempio di Minerva in partico- 
lare; ovvero s’ ella, già insignita di un Sa- 
cerdozio, avesse fatto quel voto a Minerva; 
che è quanto a dire , se la parola Minerva e 
sia secondo o terzo caso. Nel primo supposto 
mancherebbe il nome della deità cui sciolse 
il voto consecrando il tuo donario ; la qual 
cosa potea certamente tralasciare di esprimere, 
facendosi palese abbastanza dal luogo ove 
trovavasi collocato; non di meno ciò sarebbe 
di esempio poco comune, onde vuol preferirsi 
il terzo caso. Ora deve notarsi che i Sacerdozi, 
altri erano perpetui, ed altri temporanei, di 
uno di tre di cinque ed anche di più anni; e 
coloro che aveano esercitato alcuno di codesti 
uffici se ne facevano onore in appresso, an- 
corché non ne fossero più investiti; e nella 
stessa guisa che coloro i quali erano stati 
Consoli, in appresso dicevansi Consalares ; i 
Presidi nelle provincie V raesidiales ; e i 
Duumviri e i Quadrumviri ne’ municipi i Du- 
umvirales e Qiiadrurrwirales ; così coloro che 



erano stati insigniti della carica Sacerdotale 
nel tratto successivo dieevansi Sacerdotiales. 
Della quale parola il Marini ne" Frati arvali 
( Tom . i. p. si 3 ) reca ad esempio varie an- 
tiche Lapidi ; e la sua interpretazione è cer- 
tamente preferibile a quella del Muratori 
( IV. T. p. 161. 4 ) e del Lupi ( Epit. S. 
Sev. p. 3 ) che ne aveano fatto un servo 
de Sacerdoti. Per la qual cosa nella nostra 
epigrafe V abbreviatura Sacerdote non dubi- 
tiamo doversi leggere Sacerdotialis : e più 
ragionevolmente supporsi, Petilia Sabina essere 
stata una veneranda matrona, che in altro 
tempo avea esercitato un qualche Sacerdozio, 
od era stata moglie di sacerdote, che anclr’ es- 
se erano sacerdotesse, giusta le istituzioni di 
Romolo. Ed avendo costei fatto voto a Mi- 
nerva di alcun ricco donano , forse superiore 
alle sue forze; M. Claudio Firmo, uomo no- 
bile certamente e di non poca importanza , 
e divoto alla Dea, pregato o spontaneo volle 
prender parte alla spesa acciò che il voto 
fosse compito. La qual cosa per verità non 
poteva dar luogo ad ingiuriosi sospetti ; e mol- 
to meno muovere i sacri sdegni di un Vescovo 
vissuto almeno tre secoli dopo, siccome è 
piaciuto in sua maniera di scherzare allo Sto- 
rico pavese. 



Num. 4 * 



2 I 



DIANAE 
LVCIFERAE 
L* L1CIN1VS 
VITVLI • LIB 
GIIATVS 
V S 



Base di Statua o di altro donario offerto 
a Diana Lucifera per voto fatto da L. Lici- 
nio Grato Liberto di Yitulo. Adorna in oggi 
insieme colla precedente la piccola collezione 
dell 5 I. IL Università , e fu pubblicata dal 
Muratori (F. 37. n. 6.), e dal Capsoni ( T. I. 
P • aiS.), il quale assicura essere state trovate 
ambedue alla Torrazza Paleari oltre Pò pro- 
vincia di Voghera , dove si rinvenne altra 
iscrizione votiva alia stessa Deità posta da 
altro Licinio, da lui riferita in queste paro- 
le (Ib.pag. 249. ) 



22 



C. LI CINI VS 
VERVS 
DIANA E 
V.S.L.M 

Ciò die dimostra esservi stato in que 5 Ino- 
gin un qualche tempio, o campestre de- 
lubro sacro alla Dea de" boschi , non meno 
che varie famiglie de 5 Licini. La circostanza 
di vedere nella nostra epigrafe un liberto 
indicato col cognome del padrone, potrebbe 
indurre sospetto trattarsi di personaggio sto- 
n’co e di gran conto, giusta le osservazioni 
fatte dal chiariss. Labus nella illustrazione di 
un epigrafe scoperta in Egitto dal Belzoni 
( p a g- 6a. ) Ma non trovandosi in verun an- 
tico scrittore o monumento il nome di un 
Licinio Vitulo ; anzi questo cognome non 
vedendosi unito giammai a quella famiglia; 
egli è forza tenersi all’altra osservazione del- 
lo stesso Archeologo intorno ai nomi de’ ser- 
vi manomessi da qualche liberto , a’ quali 
davasi l’indicazione del cognome del padrone, 
onde scansar la somiglianza intiera del nome 
co’liberti del, primo padrone; avvegnaché non 
poca difficoltà ne faccia , il nobile e consolare 
cognome di Vitulo dato ad un liberto. Nel 
quanto poi del cognome latino Gratus dell* al- 
tro liberto , invece de* soliti grecismi , se 
ne hanno troppo frequenti gli esempi: essen- 



23 

do forse stato costui in avanti uno di que* servi 
die chiamavano Verncie , cui d' ordinario da- 
vansi nomi di famiglia. 

Più osservabile è il bel titolo dato alla 
Dea , frequente nelle medaglie tanto delle 
Imperadrici quanto degli stessi Imperadori , 
ma raro assai nelle lapidi, non trovandone al- 
tro esempio, che una figurata del Museo ve- 
ronese (pag. 69. 4* )• Non siamo però d'avvi- 
so col Capsoni, volersi con quel predicato in- 
dicare semplicemente la Luna piena ; ma piut- 
tosto la Divinità che soccorre de* necessari 
lumi i Sovrani ; massimamente ne' grandi ri- 
volgimenti e nelle tenebre che involgono le 
cure della Repubblica , siccome saggiamente 
interpretava il vegerabil Morcelli ( de St . ad 
inscript . 377. ). 



Num. 5 . 






lVIERCVRIo 

VOT 

M • COR.NELI 
VS • HERMES 



Lapide votiva a Mercurio già pubblicata 
dal Muratori ( F. 46. n. 11.) e dal Capsoni 
( Tom. 1 . p. 2,160 ), il quale assicura essersi 
trovata insieme colla seguente Tanno 1726 
in Pavia negli scavi del magnifico palazzo 
Mezzabarba Amendue presentemente adorna- 
no il portico di questa nostra Università de- 
stinato a simili oggetti antiquari. Nella sua 
illustrazione lo Storico pavese si gloria , co- 
me la sua patria contasse in questo Ermete 
un altro diverso tralcio della gente Corne- 
lia ; non avendo fatto mente che il costui 
cognome ( che pure si riferisce a Mercurio ) 
lo indica bastantemente per un servo fatto 
libero , ancorché non abbia accennata colla 
solita sigla tale sua condizione. La qual cosa 



è ben lontana dal formare un ramo, cioè una 
famiglia discendente dal più illustre casato di 
Roma libera , quali erano quelli de' Balbi de’ 
Cinna de’ Lentuli de’ Marcelli de’ Scilla e de’ 
Scipioni, che ne mostrano le monete della 
Repubblica; senza enumerar tanti altri che ri- 
sultano dagli scrittori e dalle lapidi. 

Non pertanto vogliamo ammettere qual 
regola generale, che tutti i nomi grecanici 
indicassero condizione servile; sapendosi assai 
bene, che Claudio Tolomeo il geografo , 
L. Pompeo Teofane 1’ istorico, e V altro 
dello stesso nome che fu Procuratore del- 
l’Asia a’ tempi di Augusto, e tanti altri, erano 
Cittadini di famiglie illustri ; e che persino al- 
cuni Re dell’Asia si onoravano di nomi roma- 
ni premessi agli originari lor greci. Perocché 
il celebre editto di Claudio, col qnale, pc- 
regrinae conditionis homines vetuìt usurpare 
romana nomina durntaxat gentilitia (Sveton. 
in CI. s5. ) non prescriveva poi che i liberti 
avessero ad assumere cognome greco; nè si 
crede durasse in vigore molto tempo; è siamo 
piuttosto d’avviso, tal metodo aver preso gran 
voga , allorché presso i romani invalse V uso, 
o piuttosto la moda nella colta società, di par- 
lar greco, e di dar nomi greci a tutte le co- 
se, sino a meritare il satirico flagello di Gio- 
venale. Sicché i nomi grecanici erano imposti 
a servi, che per lo più erano nati di servi 



z6 

di origine barbara ; e gli si dava un nome 
arbitrario, che sovente era sacro o regio, o 
significava qualità personali, buoni auguri o 
affetti verso di essi: i quali poi conservati 
come cognomi, allorché erano fatti liberi, 
davano indizio sicuro di lor condizione. 



Num. 6. 



MERCVRIO 
SACRVM 
CN* PAPIRI VS 
OGVLATIVS 
ET • SALVIA 
PVDENTINA 
VXOR 



Altro Cippo dedicato similmente a Mer- 
curio; conserva memoria di due persone di 
conto , co* tre nomi latini il primo , e due la 
donna, giusta il costume cominciato fin da 
primi tempi del romano Impero. Cesare os- 
servava la devozione grandissima de 1 Galli 
verso la divinità di Mercurio : Deum maxi- 
me Mercurium colunt , egli dice ( Comrn . 



*7 

lib. v . c. 17 .) ; hujus sunt plurima simula - 
era; hunc omnium inventore m arliurn fe- 
ra nt ; hunc viarum atque itinerum ducerà ; 
hunc ad questum mercaturasque habere vim 
maximam arbitrantur . Post hunc A pol- 
line m et Martem et fovem et Minervam . 
Alla quale testimonianza mirabilmente corri- 
sponde la quantità grandissima di marmi an- 
tichi che si trovano in questi d’ intorni. Pe- 
rocché nella raccolta di antiche lapidi fatta 
da sigg. Picenardi in una suntuosa lor villa 
del cremonese, fra 5o circa che furono illu- 
strate dal P. Isidoro Bianchi , ve ri hanno 
dieci di votive a Mercurio ; moltissime ne 
sono a Milano a Brescia ed altrove; e il Bor- 
serio presso il Rovelli nella storia di Como 
( T. /. p. a5i.) assicura, quasi in tutti i vil- 
laggi della riviera comasca aver trovate tavo- 
le votive a Mercurio, e cinque nel solo Mo- 
nasterio di S. Carpofaro. E i titoli che gli si 
profondono, fanno vedere il fervore della de- 
vozione, e le speranze de* suoi devoti; Mer- 
curio Custodi ; Reipub . Brix. Conservatori , 
e Maximo Conservatori Orbis , lo dicono i 
marmi bresciani presso il Rossi ( Meni, bresc. 
p . i43.)*' lucrorum potenti et Conservatori y 
lapide di Novara presso il Galerati ( Bianchi - 
niSt.di Nov. p. 19.)? ed altrove Nego tintori. 
Ed a ragione, essendo i Galli cisalpini applicati 
in ispecial modo alle arti ed al commercio, di 



^8 

cui Mercurio era la Deità prottetrice , siccome 
dice il citato antico scrittore; e le sue statue 
erano innalzate ne* Fori, onde Agoreo, o Fo- 
rense era chiamato. Laonde può ragionevol- 
mente credersi, che siccome altrove abbiamo 
veduto il Campidoglio ed il tempio di Giove, 
così in codesto luogo similmente elevato, ove 
furono ritrovate queste lapidi , vi avesse un 
Tempio a Mercurio, o piuttosto il Foro del 
Municipio ticinese; facendosi assai probabile 
la tradizione, che conserva ancora a quella 
contrada della Città il nome di Foro Magno . 

Num. 7. 



SACRV1VI 
L VALERI 
VS » TROPHIMVS 
► V S L M 



Dalle cose dette finora; può argomentarsi 
che il nome della Deità, che manca in questo 
frammento di lapide votiva, fosse quello delle 
due precedenti, essendo simile anche la for- 



20 

ma materiale delle lettere e delle parole. JNul- 
F altro in questo si rileva, se non che colui 
che sciolse con esso il suo voto, era un li- 
berto di un Lucio Valerio, il quale portava 
il nome di Trofimo, significante bailo o nu- 
tricio, pria di esser manomesso ; cognome 
molto comune ai liberti. Il marmo vedesi in- 
castrato nel sinistro muro del vicolo che da 
strada nuova conduce in piazza del Lino, 

JNum. 8. 



\ 


ISI 


/ 




SACRVM 






PLOTIA * L ' L 




/I 


vItalis 







JPlozia Vitale liberta di L. Plozio consacra 
ad Iside il delubro o tempietto su cui leg- 
gevasi in origine questa iscrizione. La parola 
Isi 9 invece di lsidi, come Ostri per O siridi 
si vede in altre epigrafi. Il concetto, la for- 
ma delle lettere, e la materiale figura a mo- 
do di tavoletta, inducono facilmente a creder- 
la pertinente al secondo secolo dell’ era no- 



stra; quando la greca mitologia esposta agli 
strali della ragione, ricorreva al simbolico, e 
Iacea prevalere i miti egiziani e persiani. Al- 
lora il culto d’ Iside, superati gli ostacoli 
che gli avean frapposto le antiche leggi pon- 
tificali di Roma , venne in gran moda , e le 
donne isiache si sparsero limosinando col co- 
fano misterioso della straniera Deità. E sem- 
bra nelle Gallie si estendesse ancor maggior- 
mente: a Bologna dicesi vi avesse un Tem- 
pio ove presentemente sorge maestosa la ba- 
silica di S. Stefano ( Schiassi Guida al Mu- 
seo p. io. ); a Modena una votiva iscrizione 
( Cavedoni Marmi modenesi . p . 17 2.. ) altra a 
Reggio (Murat. N. Th. p. 71. 7.); ed altra 
fu trovata nelle rovine di Velleja ( De Lama 
p. 36.). Questa nostra, già in casa de’ Conti 
Paleari ed ora esistente ne’ portici delF Uni- 
versità, fu pubblicata dal Muratori ( F . 72. 
n. 3. ) e commentata dal Capsoni ( T. i-p . 21 3, ) 
il quale fra le altre cose nota, che Plozia 
Vitale porta i nomi dell’ antico suo padrone, 
il quale era probabilmente quello stesso , che 
fu seviro augustale gratuito nella Colonia 
piacentina , e di cui parla la seguente lapide 
riferita dal Gruferò (p. 474- 7- ) 



L. TLOTIO 
ATIMETO 
IIIlIT VIRO 
AVGVSTALI 
GRATVITO.D.D 
CELATAE CONL 
VXORI EIVS 
VITALI FILIAE 
EORVM. jetc. 

Non ha però avvertito, che cpiesto Plozio, 
ancorché dai Decurioni di Piacenza pe 5 suoi 
meriti innalzato al grado di Augustale senza 
le solite spese, era al pari di sua moglie Ce- 
lata di condizione liberto; e che Plozia Vi- 
tale sua figlia avea acquistata la libertà insie- 
me co’ genitori : conseguentemente il Plozio 
dell’ epigrafe piacentina fu padre e non pa- 
drone della nostra Vitale; comecché sieno 
frequenti gli esempi di liberti di altri liberti, 
i quali, giusta la sagace osservazione del dot- 
tissimo Labus, accennavano il cognome piutto- 
sto che il prenome del padrone a scanso di 
ononimie, siccome abbiamo detto più sopra. 






Num. g. 



SYRINGIS- LIB 
NOMINE 
ETRVSCVS 



Base o piuttosto Ara votiva in marmo rosso 
di Verona pulitamente lavorata ed incastrata 
nell’ angolo di Strada nuova verso il vicolo 
della Moneta. Fu pubblicata dal Muratori 
(p. 1750.9.) e commentata dal Capsoni ( T. 1. 
p . 238.), il quale dichiara essere stata posta 
da un liberto di Siringe appellato Etrusco . 
Invece noi siamo d’avviso, che il titolo lib . 
debba riferirsi al primo nome cui va unito ; 
e sebbene anche Etrusco possa essere stato 
della medesima condizione, per amore di bre- 
vità V abbia taciuto ; siccome si è tralasciato 
di nominare il padrone di amendue. La sua 
vera interpretazione sarà perciò la seguente : 
• 



Etrusco a nome dì Siringa liberta ; sottoin- 
tendendosi , pose questo donano ( probabil- 
mente una statua ) alla Divinità del Tem- 
pio. Le quali cose si mostravano abbastanza 
per loro stesse, da] luogo e da quanto appari- 
va sovrapposto alla nostra base. Esempio solen- 
ne del sommo laconismo che ne^ tempi miglio- 
ri usavasi in simili epigrafi» La frase nomine , 
nel significato d ’ invece 0 per parte , a favore > 
è degli ottimi classici ; Ira 1* epigrafi bassi la 
seguente del Museo veronese (p. 12,5. 5.) ri- 
ferita anche dal Muratori ( p. 12 3. 1. ) 

NOMINE 

Q. domiti! . ALPINI 
LICINIA . MATER 

SIGNV1VI . DIANAE . ET . YEN ATIONES 
ET . SALIENTES . T. F. I. 

Il nome di Syrinx , 'Zvpiy f , è uno di que- 
gli eroici proprio delle serve, tolto alla bella 
ninfa che fu trasformata in canna per to- 
glierla alle persecuzioni del silvestre Pane , 
ond’ egli ne fece la sua zampogna , siccome 
favoleggia Ovidio ( Me taf 1.). Di un Etrusco 
liberto di Vespasiano innalzato al diritto trium 
liberorum , e famoso pei bagni pubblici che 
portavano il suo nome, parla Stazio (Sylv. 1. ), 
e Marziale ( Lib. vi. ep. 42,. ); e la bella for- 
ma de' caratteri, e la dignitosa semplicità del 

3 



34 

dettato de]la nostra iscrizione, non discon- 
vengono a quell' età. 

Num. io. 




F rammento di marmo scritto a grandi ca- 
ratteri, che appare essere stato segato da 
un pezzo assai maggiore formante un archi- 
trave, siccome dimostra la grande profondità 
del pezzo medesimo; onde servì ad uso di 
soglia di una scala nel Monastero di Sant'Aga- 
ta , ov' è stato trovato ; e presentemente 
vedesi diligentemente collocato nella base 
di un antica statua giacente nel gabinetto 
archeologico di questa Università. Le ingiurie 
del tempo, o piuttosto i rivolgimenti cui è 
andata soggetta V Italia, ed in particolar 
modo T antica Reggia de* Longobardi , non 
ci hanno salvato che questo piccolo avanzo; 
il quale però è sufficiente testimonio, che il 
Municipio ticinese avea innalzato un nobile 
edilìzio monumentale ad onore dell' Impera- 
tore Tiberio. 



Che F edifizio fosse di non poca estensio- 
ne lo dimostra la stessa grandezza materiale 
dell' epigrafe , la quale restituita soltanto 
nelle parole necessarie a riempire la prima 
linea : 

Ti. Caesari. Divi. Aug. FiL Augusto 
cogli spazi opportuni ai lati , non poteva esser 
minore di tre metri , cioè oltre a due terzi 
maggiore del nostro frammento. Perocché le 
parole che ne rimangono, fanno vedere non 
essersi fatto uso di maggiori abbreviature; e 
la parola Augusto si trova sempre essere sta- 
ta posta per intiero ne^ monumenti di questo 
Imperadore; mentre la sigla Avg. non era 
ancora passata abbastanza nell* uso comune a 
significare quel titolo, ma soltanto la cari- 
ca sacerdotale di Augure. 

Gilè poi le poche parole che rimangono 
nel nostro frammento vogliano esser supplite 
unicamente col nome delP Imp. Tiberio, si 
dimostra da ciò , che solamente ¥ Imperadore 
Augusto fatto Divo, ebbe dal Senato il no- 
me di Divus Augustus , e conseguentemente 
al solo suo successore e figlio addottivo Ti- 
berio poteva competere il predicato di Divi 
Augusti filius. Perocché tutti i seguenti Im- 
peradori , sebbene si ornassero del sovrumano 
titolo di Augusto, pure questo non fu dato 
come nome appellativo se non che al primo ; e 
Claudio fu nominato Divus Claudius ; e Ve- 



36 

spasiano fatto aneli* esso Divo fa detto D'wus 
Yespasianus ; e sebbene in poche medaglie 
si legga D. Avg. Vesp. in tutti i monumenti 
epigrafici di Tito e di Domiziano si trova sem- 
pre Divi Vesp . FU . e giammai Divi Aug. 
Vesp. FU. e così gli altri al cui genitore il 
Senato avesse decretato 1 * onore della consa- 
crazione: D. Nervae , D. Tra j ani , D. Pii, 
D. Marci etc. senza giammai fargli precedere 
il titolo di Augusto. La qual cosa veruno eb- 
be finora occasione di osservare. 

Volendosi pertanto restituire 1* intiera epi- 
grafe di questo marmo , sarà d’ uopo farlo 
nel modo seguente, quale si legge sull* antico 
ponte di Rimini, e in tante altre iscrizioni : 

TI . CÀESÀBJ . Divi . AVG. F. Divi . IVLl . N. AVGVSTO 
PONTIFICI . MAXIMO . COS. IL ( ad V. ) 

TE. FOT. XVII. (ad xxxviii. )IMP. VII. (velvm. ) 

Le quali note cronologiche rispondono agli 
anni di Roma 769. dell* Era cristiana 16. in 
che Tiberio prese il Pontificato massimo , fino 
ai 790. in cui egli stesso cessò di vivere. 

Sarà cura degli Storici municipali 1 * inda- 
gare su qual monumento architettonico, e 
per quale occasione possa essere stato innal- 
zata dal municipio Ticinese codest* epigrafe, 
della quale verun* altra più antica, e di cer- 
ta data , può vantare sinora la loro patria. 



3? . 

Solamente vuol ricorda rsi , che appunto Ti- 
berio ancor Cesare vincitor de' Germani , 
abbracciò in questo luogo i genitori Livia 
ed Augusto , che di Roma erano sin qui ve- 
nuti ad incontrarlo, dopo aver egli date le 
ultime prove di pietà verso il morto fratello 
Druso, siccome riferisce Tacito (Annui. L. 3.) 
e più chiaramente Val. Massimo ( L. V. c. 5. ); 
onde la storia ebbe per la prima volta mo- 
tivo di fare espressa menzione della città di 
Ticino j la quale in grazia del nostro monu- 
mento sempreppiù si conferma, esser giunta 
fin da queir epoca ad un grado notabile di 
prosperità e di grandezza. 



38 



Num. ìi. 




D. N* IMP GA| 
FL* CONSTANTI 
VICTORI A 
PONT- MAX* TRIB PO 
CONS- Vili PR-OCON 



ES- 

NO MAXIMO 
VG 

T- XXIII- IMP* XXII 
SVLI 



Inocchio di colonna di granito grossolano e 
quasi informe del diametro di 70. centimetri 
circa , scritto nel giro a grandi lettere ; ora 
trovasi nell' atrio Malaspina. Dalla mole co- 
lossale della colonna di cui faceva parte , 
potrebbe argomentarsi, che questa facesse capo 
alle altre colonne migliane poste sulle strade 
militari, che il gran Costantino sembra aprisse 
o facesse restaurare in queste bande. Peroc- 
ché senza contare quelle innalzate sopra stra- 



39 

de dirette ad altre parti, tre delle quali si 
riferiscono fra le bresciane dal Rossi [pag. 237. 
n. 3. e 4. e pag, z 3 g. n, 9.); sulla strada di 
Roma si trovano , quelle della nostra Uni- 
versità di cui diremo qui appresso; altra in 
Parma riferita dal Grutero (p. 169. 6.), e dal 
Muratori (p. 259. 5.), due in Modena, 1 * una 
già edita dallo stesso Muratori ( p . a 53 . 6. ) , 
Y altra recentemente dal Gavedoni ( Marmi 
modenesi p. 2, i5.); altra in Bologna ( Marat . 
159. 6.), ed altra in Cesena colla nota delle 
miglia M. P. XV. ( ld. p . 463. n, 6. ), trala- 
sciandone altre che seguono sulla strada me- 
desima. 

La nostra epigrafe fu pubblicata pel pri- 
mo dal Panvinio che la cita ne J Commentari 
( Lib. 11 . ad an. v. c . 1080. ), dal quale sem- 
bra averla tolta il Maffei che la riferisce nel 
Museo Veronese ( p. 870. ); perocché invece 
del CONS. Vili, deir ultima linea, ambedue 
leggono CÒNS. VII. Il P. Zaccaria ( Excurs, 
p. 20 6. ) pretese di averla letta con maggior 
attenzione , ma ritenuta la stessa erronea le- 
zione del numero consolare, vi aggiugne in 
fine P. P. le quali, egli dice, virurn cetero - 
quia accuratìssimum ( Maffejum ) fugere : 
contuttociò egli è indubitabile che tali sigle 
non vi soro, e non vi furono giammai in 
quella stessa linea , comechè potessero essere 
state nelle seguenti, che mancano per la rot- 



^|.0 

tura del marmo. Finalmente il P. Gapsoni 
ne diede un disegno esatto ( Tom. II. 
Tav. I. n. 4 * ) ? ma ne l- a spiegazione, ( Ih . 
pa%. i3i. ) senza por mente all epigrafe fatta 
da lui disegnare, nonché al marmo origina- 
le ; segue T erronea lezione de" suoi preces- 
sori, e nel numero del Consolato, e nel ti- 
tolo di Padre della patria per essi arbitraria- 
mente aggiunto. 

Il numero delle tribunizie podestà di que- 
sto Augusto incomincia col 25 . di Luglio del- 
Panno di Roma 1059., dell’era cristiana 3oó. 
quando alla morte dell’ Imperator Costanzo 
padre di lui già Cesare , venne acclamato 
Augusto dalle sue legioni in Eboraco (Jorch) 
nella Britannia. Per conseguenza la Tribuni- 
zia Podestà 23 . a incominciò col 25 . Luglio del 
1081. e siccome al principio del seguente 
anno 1082. prese i Fasci consolari per 1 ’ ot- 
tava volta, non v* ha perciò dubbio la no- 
stra lezione , oltre il fatto , essere ancora 
esattamente conforme alla Cronologia ; ed il 
Consolato settimo, supposto da nominati edi- 
tori dell’epigrafe, non potrebbe giammai con- 
ciliarsi colla Trib. potestà XXIII. della cui 
lezione vanno tutti d’accordo. E sembra aver 
sbagliato il conto anche l’esattissimo Eckel, 
che sulla fede del Maffei la riferisce ( Doct. 
JV. v. Tom. Vili . p. 76. ). 

Le linee mancanti possono agevolmente 



4 * 

supplirsi con quelle che si leggono in altre 
che abbiamo disopra citate e che cominciano 
colie stesse parole , in modo che sembrano 
copiate runa dall’altra, e specialmente quel- 
le di Parma, di Cesena, e di Padova: Jiuma- 
nnrum remiti Optimo Principi Divi Con- 
stanti FU. Bono R. P. nato . aggiuntovi il 
numero delle miglia. 

Num. 12. 



D D N N N 
COJSSTANT1JSVS M 

Si;::::::::! 

z:::::zzzs 

A V C C 



Colonnetta migliaria già esistente presso i 
Conti Paleari, ed ora nell’ Università , la cui 
iscrizione fu riferita con poca precisione dallo 
Zaccaria ( Op . cit.p . 212.) e dal Capsoni, il 



quale nella illustrazione ( Tom. u. p . i 3 o. ) 
ne assegna semplicemente 1 * età anteriore al- 
Tanno 324. dell'era comune, allorché fu tol- 
to di vita Licinio, e Costantino vincitore, ri- 
mase assoluto dominator dell’Impero. Avreb- 
be però potuto anche aggiugnere ; e poste- 
riore all’anno 3 12. quando per la vittoria di 
Pontemolle contro Massenzio, Costantino ebbe 
il titolo di Massimo, che si vede aggiunto al 
suo nome; e restringere a soli 12. anni il 
tempo in che questa colonna debb' essere 
stata eretta. Nel qual periodo avendo regnato 
insieme soltanto i due Imperadori Costantino 
e Licinio, le linee abrase dovevano conte- 
nere le parole et Licinianus Licinius ; le 
quali al solito furono levate via , siccome lo 
sarebbe stato il nome di Costantino , se ne* 
campi di Adrianopoli e di Calcedonia fosse 
stata a lui meno favorevole la fortuna. La 
terza N. segnata nella prima linea convien 
aggiugnerlo a tanti errori che s’ incontrano 
nelle lapidi di quel tempo. Se la colonnetta 
ci fosse rimasta intiera, si leggerebbe il nu- 
mero delle miglia di distanza dalla capitale 
o dal confine della provincia, al luogo ov' era 
stata in origine piantata, preceduto delle si- 
gle M. P. (millia passuum ) solite segnarsi al 
basso di tali colonne. 



43 



Num. i3. 



T, DlDIO M, F, PÀP. 
PRISCO 

III, VIRO, CAPITALI, SEVIR 
TVRM, V, EQVIT, ROMAN 
TRIli, MILIT, LEG, III, AVO 
Q, PRO, PR, PROVINCIAE 
GALLIAE, NARRONENS 
TRIS, PLEBIS, PRAETORI 
MVNICIPI, PATRONO 

T, dIdivs, hermIas 
INDVLGENTISSIMO, PATRON 



Epigrafe onoraria in ogni sua parte conser- 
vatissima, e rinomata (lacchè si cominciarono 
ad avere in pregio gli avanzi letterari dell’ an- 
tichità; tanto tene vasi a conto in Pavia, che 
si conserva incastrata e custodita sotto chia- 
ve a cornu evangelii della mensa dell altare 
maggiore di S • Giovanni in Borgo ; siccome 



44 

ne fa testimonianza il P. Capsoni ( Meni . di 
Pavia T. i. jtfag. 14.2. F. la Nota qui ap- 
presso ) ; e così rimase custodita sino alla de- 
molizione di quell’ antica Basilica, allorché 
il benemerito Marchese Blalaspina la salvò 
dall' imminente perdita , accrescendone la 
bella sua collezione di patrii monumenti. Fu 
pubblicata nelle loro opere dal Grutero 
(P- 1093. 7. ), che dice averla tratta col mez- 
zo del Sirmondo da un Codice del Marea- 
nova, dal Cluverio ( Italia ant . L. 1. c. 17. ), 
dal Muratori ( jpag. 1119. 4 * ); dallo Zacca- 
ria ( Excurs.cap . ts.), dal Fontanini ( Decorp . 

S. Jug.p. no.), dal Bimard ( De vita etc. 

T. Didii Cons . ) , nonché da tutti gli sto- 
rici municipali. Osiamo però affermare , che 
tutti i loro apografi sono manchevoli di quel- 
la precisione che tanto è necessaria in simili 
oggetti. Perochè il Grutero, oltre una dispo- 
sizióne di linee affatto diversa , muta la si- 
gla PAP. in PAL. e Zaccaria, che pure non 
la diede esattissima, rileva i difetti della co- 
pia muratoriana; e finalmente lo storico pa- 
vese, il quale ne diede la figura in rame, la 
presenta come incisa in un sasso irregolare , 
e ne cangia la figura delle lettere e la in- 
terpunzione. 

La forma regolare di questa iscrizione rin- 
chiusa entro una corniciatura di buono stile, 
nonché il concetto, indica abbastanza essere 



40 

stata sottoposta ad una statua, che oltie la 
pubblica innalzata dal Municipio al Patrono, 
giusta l’usanza accennata da Plinio ( II. IV. lib . 
34- cap. 2 ,. et cap. 6. ) ; T. Didio Ermia Li- 
berto aveva eretto ad onore di T. Didio Pri- 
sco ascritto alla Tribù Papia, probabilmente 
abitante nel Municipio di Ticino, i cui cit- 
tadini davano il nome in quella Tribù. Co- 
desto personaggio, a norma di quanto indica 
il suo elogio, era già stato Triumviro Capi- 
tale, una delie minori magistrature di Roma 
che si conferivano a nobili giovani, i quali 
aspiravano agli onori della Repubblica ; ap- 
presso fu Seviro della Turma quinta de’ Ca- 
valieri romani , carica che non è ancor ben 
deciso , se appartenesse al militare o al ci- 
vile, ma che destinarsi soltanto a giovani 
delle famiglie cospicue , e certamente era 
preludio ai grandi onori della milizia. Passato 
poscia al servizio dell’ armi, dovere indispen- 
sabile di chiunque voleva rendersi capace a 
coprire le maggiori magistrature, giusta P an- 
tica legge che si tenne in pieno vigore an- 
che ai tempi dell’ impero ; ottenne il grado 
di Tribuno militare nella terza legione so- 
vranominata Augusta. Ritornato nella carriera 
civile, fu mandato Questore Pro -Pretore della 
Gallia Narbonense ; ' quindi Tribuno della 
Plebe , e Pretore in Roma , cariche fra le 
maggiori cui potesse giugnere un cittadino , 



46 

non avendovi al disopra di essa , che la su- 
prema dignità del Consolato. Dalla quale se- 
rie di onori pubblici per lui coperti appare, 
che nelF elogio questi sono esposti nel loro 
ordine cronologico, ed in via di grado dal 
minore al maggiore, ciò che si vede prati- 
cato nelle più eleganti epigrafi onorarie. Co- 
desto gravissimo soggetto , ancor vivente al- 
T epoca in che il suo liberto gli fece erigere 
questo monumento, era inoltre Patrono, os- 
sia Oratore e Deputato presso il Senato ro- 
mano e la Curia imperiale del Municipio; il 
quale a buon diritto può credersi essere stato 
quello di Ticino , o Pavia ; argomento non 
ultimo della condizione di questa illustre Cit- 
tà sulla fine del secondo o al principio del 
terzo secolo delibera cristiana, alla quale per 
gli argomenti di critica lapidaria s che ap- 
presso diremo , sembra appartenere la nostra 
epigrafe. 

Il Capsoni però, seguito dagli altri poste- 
riori scrittori che ne hanno parlato, non con- 
tento degli onori de' quali era stato fregiato 
T antico suo concittadino, ed involgendo bor- 
dine cronologico che abbiamo notato, lo vuo- 
le anche Questore in Roma, e Pro -Pretore 
nella provincia ; la qual cosa ove realmente 
avesse avuto luogo, non si sarebbe usata la 
sigla Q. ( Quciestor ), immediatamente avanti 
le altre PR. PRO. ( pro-Praetore ), peroc- 



4 ? 

cliè unite insieme furono sempre usate ad 
indicare il Questore pro-pretore; cioè il Que- 
store , ossia amministratore del pubblico era- 
rio nella provincia; carica decorata de* Fasci 
ed immediatamente appresso al supremo ma- 
gistrato della provincia medesima, del quale in 
assenza riempiva le veci; ed in allora intitola- 
vasi Questore Pro -Pretore. Pretende inoltre 

10 Storico pavese mostrare, questo monumen- 
to essere anteriore all' era cristiana , ed ap- 
partenere precisamente ad uno de* sei anni 
che corsero fra il 7 26. ed il 732. di Roma , 
fondato sulla speciosa ragione, che solamente 
nell" accennato primo anno la provincia della 
Gallia ebbe da Augusto il nome di Narbo- 
nense; e che nelP altro anno la stessa pro- 
vincia fu restituita al popolo ; sicché i suoi 
Governanti ebbero quind" innanzi il titolo di 
Proconsoli , mentre il titolo di Propretore 
davasi a quelli che si spedivano dall' Impe- 
radore ( Caps. Tom. ì.p. i 44 - )• 

Chè dopo la conquista di tutte le Gallie, 
quella parte che da Romani chiamavasi pri- 
ma semplicemente Provincia , o Provincia 
Galline , fosse nell’ anno succennato, o piut- 
tosto nel 727. in cui ebbe luogo la famosa 
divisione delle province fra Y Imperadore ed 

11 Senato e Popolo romano, distinta col no- 
me di Narbonese, lo testificano abbastanza gli 
Scrittori ed i monumenti, per non essere po- 



48 

sto in dubbio. Similmente, che sei anni dopo 
la stessa Provincia fosse da Augusto restitui- 
ta all' amministrazione del Senato e del Po- 
polo , non v* ha nulla a ripetere. Ma che le 
province riservate all’immediata autorità im- 
periale fossero amministrate da Propretori; 
e quelle cui il Senato e Popolo nominava i 
Magistrati fossero governate da Proconsoli , è 
una dottrina aifatto immaginaria, ed opposta 
all’ autorità degli antichi monumenti ed a 
migliori Scrittori moderni che hanno trattato 
del reggimento del romano Impero. 

Le province romane non fanno giammai 
Consolari o Pretorie; solamente le circostan- 
ze più o meno gravi che in esse occorressero, 
determinavano la Repubblica a spedirvi i 
Consoli o i Pretori che annualmente cessava- 
no delle loro cariche; i primi con autorità 
ed esercito maggiore, gli altri con forze mi- 
nori ; ma tutti con impero quasi assoluto. 
Le sole due province Y una detta dell’ Asia, 
1’ altra dell’ Affrica furono per le dette ra- 
gioni costantemente destinate a Consolari, e 
perciò sempre portarono questo nome. Nelle 
altre a norma della carica che il Magistrato 
avea precedentemente coperta in via ordina- 
ria, si chiamava Proconsole o Pretore; ovve- 
ro a norma delle circostanze era dal Senato 
investito dell’ autorità Pretoria o Proconso- 
lare. Conseguentemente la stessa Provincia 



49 

avea ora questo ora quel titolo, a seconda 
della carica che precedentemente avea coper- 
ta il suo Magistrato , o dell' autorità che do - 
vea in essa esercitare. Vediamo in Cicerone 
che Verre era Pretore della Sicilia; e lo stes- 
so , come pure le medaglie, ci mostrano Al- 
lieno Proconsole nella stessa provincia: e 
T. Livio ricordando i Magistrati annui che 
presiedettero a questa medesima provincia 
della Gallia Cisalpina dall* anno 564- al 587 . 
in che rimane la sua storia interrotta, ne 
vien nominando quasi altrettanti Proconsoli 
che Pretori, secondo le circostanze più o me- 
no gravi che correvano in quegli anni mede- 
simi. 

Dopo che Augusto, mutata la forma del- 
la Repubblica, si riservò Y intiero comando 
degli eserciti, ritenne ancora V amministra- 
zione di tutte le province , ove d’ ordinario 
stanziavano le legioni, o vi avessero guerre; 
ed in queste V Imperadore spediva i suoi 
Legati, che prendevano il nome di Propre- 
tori, ovvero di Consolari, qualora avessero 
prima coperta quella dignità ; e general- 
mente si chiamavano Presidi , i quali in no- / 
me del Sovrano governavano i popoli , e 
sotto i suoi auspicii amministravan la guer- 
ra. E la Gallia Cisalpina insieme a tutta Ita- 
lia, rimase sotto la tutela ed immediata am- 
ministrazione del Senato. Niun Preside fu 

4 



deputato al suo governo sino ad Adriano ; 
il quale prepose all" Italia quattro Consolari 
con autorità minore di quella de" Proconsoli , 
e solamente per giudicare le cause maggiori. 
A questi M. Aurelio sostituì i Giuridici ; ed 
Aureliano, o qualcuno de* suoi precessori , i 
Correttori. Nelle altre province si continuò 
alcun tempo il metodo della Repubblica, ed 
erano governate da Proconsoli o da Propre- 
tori, non più a norma della loro importanza 
militare, ma puramente della civile. 

Le quali massime ; comechè soggette a mol- 
te anomalie, e per la inesattezza degli Scrit- 
tori 7 e per le mutazioni che accaddero nelle 
province , possono però aversi come gene- 
rali; e di regola ordinaria ; non solo avanti 
la metà del secolo vni. di Roma, ma ancora 
dopo il x. e fino al iv. delP era cristiana , 
quando Costantino diede una diversa costitu- 
zione all* impero. Per le quali cose il nostro 
Didio Prisco non avendo coperta che la ca- 
rica di Pretore; qualora avesse sortita la 
provincia della Gallia Narbonese , non avreb- 
be potuto andarvi che col titolo di Propre- 
tore; ma realmente vi fu spedito alcun anno 
prima in qualità di Questore, esercitandovi 
però per alcun tempo le funzioni del primo 
magistrato, siccome abbiamo poch’anzi veduto. 

La casa de" Didii fu assai potente e rino- 
mata in Milano e in tutta Xnsubria, e di lei 



5 1 

sortirono uomini di alto affare, e di gran- 
dissimo merito, fra quali noverar si potrebbe 
r Imperatore Didio Giuliano, ove V ambizio- 
ne non r avesse tratto a comprare 1* impero, 
vituperosamente posto alF incanto da' furiosi 
Pretoriani , dopo aver barbaramente trucidato 
il buon Pertinace. Della stessa famiglia, e 
precisamente zio dell' Imperadore , fu Salvia 
Giuliano sommo Giureconsulto , autore , o 
piuttosto, siccome si ha ne* Digesti ( L. io. 
Cod. de condita indebit. ) , Ordinatore del fa- 
moso Editto perpetuo: che fu Console per 
la seconda volta nel 901. Così pure V altro 
Giuliano figlio di questi , Console aneli" egli 
nel 928. ciò che evidentemente appare dal- 
T albero di affinità della famiglia de’ Nonii , 
compilato con somma sagaeità e dottrina dai 
sig. Labus nel bellissimo suo lavoro intorno 
ad alcuni marmi letterati scoperti nelP illustre 
sua patria ( Brescia 1823. ). 

Il Didio Prisco della nostra lapide appar- 
tiene certamente alla famiglia medesima, e 
probabilmente allo stesso secolo, cioè alla fine 
del secondo, o al principio del terzo dell" era 
nostra, alla quale età più verosimilmente con- 
vengono, e il titolo di Augusta alla terza Le- 
gione, e tutte le altre circostanze di persone 
e di stile, piuttosto che al bel secolo di Au- 
gusto, anzi a 20 anni prima dell" era cristiana, 
siccome vogliono gli storici patrii. Perocché 



& 2 > 

fu appunto verso la fine del secondo secolo, 
e precisamente dopo la morte del secondo 
Antonino, e del degenere suo figlio e succes- 
sore ; quando ad ogni momento ne" Castri 
pretorii si disponeva della vita, o si dava un 
nuovo tiranno all’orbe romano; che le anti- 
che nobili e ricchissime famiglie di Ptoma emi- 
grarono quasi tutte, e si sparsero nelle lontane 
regioni d’ Italia ; specialmente nella Gallia 
Cisalpina, ove al dire di Tacito , si osservava 
ancora la castigatezza degli antichi costumi ; e 
nelle province al di fuori, fuggendo le con- 
tinue turbolenze e i grandissimi pericoli del- 
V immensa Capitale divenuta un mar di di- 
sordini e di delitti. Allora i grandi nomi 
romani si fecero Cittadini de’ Municipi]' , nei 
quali si onoravano non rare volte di coprire 
le cariche locali, associandosi cogli originari 
abitanti, e co" numerosi e potenti loro liber- 
ti ; e qualora gli affari li richiamavano in 
Roma , volentieri s’ incaricavano e ritenevano 
nelle loro famiglie il padronato della seconda 
lor patria , a grande vantaggio di essa , che 
cercava a tutta possa di gratificarli. 

T. Didio Ermia liberto, e probabilmente 
anche procuratore, ossia amministratore dei 
beni, che quel Signore teneva in queste con- 
trade, volle innalzare con questa epigrafe una 
qualche Statua ad onore di Lui, giusta il 
costume invalso, e che appare per moltissime 



53 

lapidi, e die Plinio riferisce, ove parlando 
dell" origine ed uso delle statue onorarie ; 
prius , egli dice, honos clientiurn instituit 
sic colere patronos. 

Nota sul nome di Pavia . 

Meraviglierà forse taluno come negli ul- 
timi secoli in che avevansi in così poco conto 
le antiche lapidi scritte, che per lo più ve- 
nivano barbaramente infrante, e quasi vii 
materiale cacciate ne* fondamenti di tutte le 
fabbriche; ciò che avviene di osservar tutto- 
giorno; al contrario questa nostra pavese, 
siccome rilevasi dalle citate parole del Capsoni 
e da altri scrittori di cose patrie, abbia po- 
tuto meritar tanto amore e preferenza, onde 
essere riposta e custodita gelosamente sotto 
chiave in luogo sagrato ; anzi unita allo stesso 
aitar maggiore; cosa che sente non poco di 
superstizione. Ma se ben si considera la mi- 
sera condizion delle lettere, e specialmente 
deir arte critica in que" tempi medesimi , e 
le rivalità di ogni specie che sussistevano fra 
le città dell* Italia ; si accorgerà facilmente , 
che non tanto la parola Municipio , ma in 
ispecial modo quella sigla PAP, che così 
patente si legge nella prima linea, abbia in- 
dotto i cittadini di Pavia a custodirla e a 
tenerla in sommo grado carissima. Perocché 



54 

non dubitarono essi , che quell’ abbreviatura 
non importasse 1’ antico nome di loro patria 
ne’ tempi romani. E mentre di frequente ve- 
nivano alla luce antiche memorie portanti i 
nomi distinti di Milano, di Como, di Brescia, 
di Cremona, di Novara, e di tanti luoghi 
minori alF intorno ; non senza dispetto vede- 
vano, che quello di Pavia non apparisce giam- 
mai : dovendosi notare , che sino a’ nostri 
giorni non crasi trovato altro marmo in que- 
sta città portante la sigla medesima, siccome 
appresso diremo (Num. 18.) Per la qual cosa 
tostochè venne loro alle mani codesto bellis- 
simo marmo, stimarono necessario di conser- 
varlo religiosamente, siccome Punico autenti- 
co testimonio dell’ antica condizione , e della 
nobiltà del nome dell’illustre lor patria. 

La quale semplicità, siamo d’ avviso, che 
fortunatamente questa volta abbia colto nel 
vero. Non già perchè andiamo con essi per- 
suasi , che quella sigla indicasse la patria di 
T. Didio; essendo abbastanza in oggi palese, 
che la collocazione della parola medesima fra 
il nome e il cognome, significa trattarsi della 
Tribù, cui era ascritto il nominato personag- 
gio : che se invece con essa si fosse voluto 
indicare la patria, si sarebbe posposta al 
cognome; e si sarebbe scritto T. Didio M . F. 
Prisco Pap. sottintendendosi natione domo , 
etc. secondo F uso e lo stile per lo più os- 



servato da* migliori scrittori, e sempre costante 
in tutte le antiche epigrafi. Non dubitiamo 
similmente, che il nome di Pavia in origine 
non derivasse alla città dall' antica Tribù 
Papia , nella quale erano chiamati a dare il 
voto ne' comizi di Roma i suoi cittadini ; 
siccome congetturava il dottissimo Muratori 
( N. Th. p. 1087. ad n. 1. ), cui hanno se- 
guito i più avvisati storici municipali. Chè 
anzi colla scorta medesima ( p. 786. ) ci sem- 
bra fuor di ogni dubbio, che 1 * antica Tici- 
no, non solo si cominciasse a chiamare col 
nome di Papia intorno al secolo vm, di 
nostr'era; siccome col Capsoni vanno persuasi 
tutti i più moderni scrittori di cose pavesi ; 
ma che di tal maniera si nominasse, almeno 
nell* uso più volgare e comune, anche in 
avanti , e persino ne’ secoli fiorenti di Roma. 
E come può egli immaginarsi , che un tal 
nome le fosse attribuito da semidotti di 
quell’ oscurissima età, in grazia di un' erronea 
interpretazione degli antichi monumenti, che 
portavano quel nome , o la sigla indicata ; 
ignari della Tribù, e delle altre costumanze 
de' tempi migliori, interpretandola pel nome 
della Città, siccome dietro il cenno fatione 
dal gran Muratori, si diffonde a voler dimo- 
strare lo storico nostro? ( Tom . 1. p. i 5 i.) 
Certamente in allora nessuno andava a studia- 
re nelle antiche lapidi il vero nome latino 



56 

da darsi alle cose, non che alla città; quasi 
che si parlasse altra lingua, e la nostra Città 
non portasse già un nome di ottimo conio , 
usato da’ Classici i quali in verun tempo si 
è cessato di conoscere e di venerare, siccome 
Plinio, e T. Livio. Ed in qual modo i poveri 
letterati di quel tempo avrebbero potuto 
tanto imporne alla moltitudine ed alla sovrana 
autorità, da far tralasciare il vero nome, già 
ricevuto nell’ universale , e farne adottare un 
altro affatto nuovo, e per essi falsamente 
supposto più antico/' Pure vediamo nelle più 
vetuste carte ecclesiastiche , e in Paolo Dia- 
cono , e nell* Anonimo ravennate, ed in altri 
scrittori anche anteriori al secolo vm. usarsi 
il nome di papia per lo più unito a quello 
di Ticino ; Papia Ticinum , ovvero Papia 
quae et Ticinus , e simili ; eie monete di 
Carlo Magno non ancor fregiato dell’ impe- 
riale dignità , col semplice nome di Papia. 
E Cassiodoro scrittore del v. e del vi. secolo 
nel trattato (che niuno più dubita esser suo) 
de Oratione , fra i nomi di città che si scri- 
vono in plurale, annovera ancor quello di 
Papiae ; onde alcuno ha preteso dedurre, che 
abbia con esso voluto indicare qualche altro 
luogo diverso del nostro, appunto perchè in 
allora Pavia non avea^ secondo essi, preso ancor 
questo nome. Ma sarà sempre assai più veri- 
simile, che tal modo di scrivere si leggesse 



$7 

nelle memorie per lui vedute, e che in oggi 
più non esistono; ovvero si praticasse da più 
eleganti parlatori de suoi giorni ; di quello 
che, Cassiodoro uomo di stato e dottissimo ? 
invece di una città a lui notissima, dove 
avea fatta residenza la Corte, abbia voluto 
accennare ad un luogo d 5 incerta esistenza , 
e di cui siasi in oggi perduta ogni altra me- 
moria. E non è meraviglia se una parola 
avanti d 5 innalzarsi dal plebeo al sermone 
letterato e gentile, ritiene per alcun tempo 
T incostanza propria di sua origine. Anzi lo 
stesso modo di pronunziare nel numero del 
più il nome di una città, ne sembra un nuo- 
vo argomento di queir antico tempo in cui 
le antiptosi erano più frequenti; e dello stato, 
in che la città rimaneva ancora divisa in vari 
corpi di abitazioni, non per anche riuniti 
entro un solo recinto. In qualunque modo, si 
vede il nome di Papia esistente sino da pri- 
mordi del regno de' Goti, i quali è noto che 
lungi dal mutare i nomi alle Città , ristora- 
rono possibilmente lo stato politico dell' im- 
pero romano. È forza perciò confessare, che 
tal nome fosse già conosciuto e praticato 
nell 5 uso comune ; ed avvegnaché i più ele- 
ganti scrittori antichi non lo adoperassero , 
pure rimanesse nelle bocche della plebe, ed 
appartenesse al linguaggio non scritto. E forse 
le derivò fin da quando la città di Ticino 



58 

ottenne il rango di Municipio romano, e fu 
fatta partecipe alla romana cittadinanza : nella 
quale occasione sembra che al pari delle fami- 
glie, molte città aggiugnessero all* antico lor 
nome mia specie di cognome romano , o 
tratto dalle Tribù cui erano destinati a dare 
il voto i suoi cittadini^ o dal magistrato che 
avea lor procacciato quel benefizio : il qual 
cognome; sebbene non fosse ricevuto nel ser- 
mone più nobile degli scrittori , fosse però 
praticato dal popolo, e forse negli atti dei 
privati. Così la nobilissima città di Milano, 
per essere ascritta alla romana tribù Uffentina, 
si vede alcuna volta essere stata chiamata 
Offentina Mediolanum\ siccome appare ma- 
nifestamente nella seguente iscrizione pubbli- 
cata dal Vignoli (pag, 212. ) 

D. M, 

IVI. ATTILIV5. MAXIM VS 
VETERANVS. AVG 
NATIONE 

OFFENTINA. MEDIOLAN 
AETRIA. SEGVNDA 
CONJVGI. BM. FG 

dove la parola espressa, natione 0 equivalente 
a patria , domo , etc. esclude qualunque dub- 
bio, non siasi voluto intendere con quel dop- 
pio nome la sola città di Milano. A ciò cor- 
risponde T Arniese Cremona di altra lapide 



nel museo veronese ( pag. 12 3 . 7. ) che il 
Maffei osserva star in luogo di Amicasi , o 
più veramente Aniensi , a motivo della pro- 
nunzia volgare ; senza farsi verun carico della 
singolare unione del nome della patria con 
quello della tribù ? contro il costante stile 
epigrafico. Così Alba e Laus furono dette 
Pompe] ac ; e i Fori principalmente ebbero 
tutti nomi di romane famiglie. Nella stessa 
maniera, per la sua aggregazione alla tribù 
Fapia, il municipio ticinese con doppio nome 
si chiamava Papia Ticinum\ ed il primo le 
rimase poscia nelFuso senza Y unione dell’al- 
tro; e per iscansare un’inutile lunghezza di 
nome , e per toglier T equivoco che faceva 
il secondo col fiume ononimo. La qual cosa 
avvenne principalmente allorquando, il parlar 
nobile latino lasciò libero campo agl’ idiotismi 
ed al sermone vernacolo e plebeo , sorgente 
larghissima di nuove parole nelle lingue mo- 
derne. Una simile trasmutazione sembra avesse 
luogo all’epoca stessa in altre città; come al 
Forum Cornclii ; cujus castrum Imolas ad - 
pellatur , siccome ne fa fede Paolo Diacono, 
( Langob. L. n. cap . 18.) e ad Ilclvia Ricino , 
in appresso detta Macerata , e a tante altre 
città in Italia e fuori, che troppo ci dilunge- 
rebbe 1’ andar ricercando. 



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Nnm. 14. 



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OVALE RIO 
SABINO 
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Bellissimo dado di marmo lavorato assai 
pulitamente con corniciatura da tre lati , al 
quale si sono restituite tutte le altre modo- 
nature proporzionate a formare un elegante 
piedestallo, e si è collocato nobilmente nella 
prima sala del Museo antiquario dell' Univer- 
sità. Fu rinvenuto nella demolizione dell' an- 
tica porta a S. Giovanni nel 1818, ed offre 



(n 

una singolarità unica forse in simili monu- 
menti; perocché a primo aspetto si legge tutta 
r epigrafe senza accorgersi di alcuna differenza; 
ma più sottilmente considerata, si veggono i 
caratteri delle prime tre linee profondamente 
incisi e tinti a sinopia; e quelli delle altre 
due solamente dipinti, senza veruna incava- 
tura del marmo. Non ostante hanno potuto 
conservarsi intatti per molti secoli, in grazia 
di esser stato quel marmo fino ah antico , 
nella parte scritta rivolto entro la grossezza 
del muro; e non ha potuto soffrire la ingiurie 
del tempo, e molto meno lo strofinamento 
di altri corpi. La qual cosa dimostra primie- 
ramente, che T epigrafe dovea servire al pie- 
destallo di una statua, che i Decurioni del 
Municipio ticinese voleano innalzare a Valerio 
Sabino Razionale; ma che per qualche soprag- 
giunta vicenda personale o pubblica, il pro- 
getto non ebbe luogo, ed il lavoro dell’ epi- 
grafe e del monumento dovette sospendersi ; 
e rimasto il sasso inoperoso, fu posto in opera 
nella costruzione di quella porta. Dimostra in 
secondo luogo, come V innalzamento dell" arco 
o porta medesima, che per Fantina tradizione 
portava il nome del Re longobardo Alboino, 
fosse contemporaneo , o di poco posteriore 
alla epigrafe, ed al personaggio in essa nomi- 
nato; senza la quale circostanza, non si sareb- 
bero conservate le lettere dipinte in quella 



6 2 

freschezza. Finalmente fa vedere che gli an- 
tichi quadratali, al pari di quanto praticano 
anche in oggi i più diligenti, dissegnavano e 
dipingevano le lettere prima d’ inciderle , 
prendendo le opportune misure per le distan- 
ze; specialmente per le opere pubbliche e 
solenni, a differenza di quanto adoperavano 
i privati, che il più delle volte componevano 
da loro stessi le iscrizioni votive e mortuarie, 
caricandole perciò di errori di ogni genere, 
ed usando caratteri tanto deformi e svariati. 

Il Magistrato cui dovea essere eretto il 
monumento, era C. Valerio Sabino, del quale 
veruna menzione è rimasta negli scrittori, e 
neppur nelle lapidi ; perocché gli ononimi 
riferiti dal Grutero dal Muratori e dagli altri 
Collettori, sono evidentemente persone diverse 
di età e di condizione. La carica per lui 
esercitata era quella di Razionale, che in sul 
declinare delP Impero presiedeva alle minori 
province, con tutta V autorità e gli onori, 
che prima competevano a' Procuratori Cesarei 
( Vancìrol . Notit. Occid. Cap. 35.); perciò 
aveano il titolo di Viri perfectissimi , il cui 
uso ebbe cominciamento sotto l’impero di M. 
Aurelio, e si esprimeva, come è noto, colle 
sigle V. P. ; siccome le ultime due dinotano 
che il monumento dovea erigersi a pubbliche 
spese per decreto de’ Decurioni ( D. D. ) che 
formavano V Ordine , ossia il Senato de* mu- 
nicipi]. 



Num. i5. 



C3 




Ijrma in marmo rosso di Verona , il quale 
siccome disadatto al lavoro di una testa che 
doveva esservi sovrapposta , questa si sarà 
lavorata in marmo bianco statuario, formando 
un policromo di ottimo effetto, specialmente 
pe* Ginnasi, e luoghi coperti soliti ad ornarsi 
dagli antichi con simil genere di monumenti, 
che conservavano la memoria di uomini per 



6 4 ' 

qualsivoglia titolo benemeriti della patria. Il 
distaccamento della testa 1' avrà probabilmente 
fatta disperdere per tempo ; onde a distogliere 
la deformità di quella decapitazione furono 
levate ab antico anche le spalle, siccome 
evidentemente si vede, conservando la sola 
iscrizione; la quale ricorda semplicemente il 
nome di L. Domizio Sabino Decurione rap- 
presentato nel ritratto, e quello deir offerente 
C. Decio Zotico. 

Di un Domizio, con diverso prenome e 
cognome, abbiamo altro marmo riferito dal 
Capsoni ( Tom. i. Tae. i. 9. ) onde si vede 
essersi stabilita in queste contrade quella fa- 
miglia; ma della gente Decia nobilissima in 
lì. 0111 a sino da' suoi primordi, e celebre pe' tanti 
onori e consolati, non è rimasta memoria, nè 
in questo nè in altri luoghi circonvicini, fuori 
di tempi assai bassi. 11 monumento è osserva- 
bile per averci conservato il nome di un 
Decurione del nostro municipio, di cui man- 
cavasi. Fu trovato alcuni anni sono, nello 
scavare i fondamenti della nuova fabbrica 
dell' Università, nel cui Gabinetto archeolo- 
gico si è collocato. 



65 



Num. 16. 




(Questo lacero marmo a piramide tronca 
rovesciata, fu trovato nel 1825 fra le macerie 
dell’ antica porta Marenga , insieme ad altri 
due che daremo in appresso. La forma e le 
parole lo indicano Cippo terminale fatto 
porre da un Magistrato romano, dopo aver 
pronunziata una sua sentenza in causa di 
confini. Laonde ricorda la bella tavola di 
bronzo che si osserva in Genova, portante 
una simile sentenza emanata V anno 637. di 

5 



66 

Roma per decreto del T 5 enato Intorno a* con- 
fini fra i Genuati e i Veturi (Grut. p. 204.); 
e le due lapidi che segnano i limiti fra i 
territori Atestino e Vicentino; e di questo col 
Patavino [Murat. p. 471. 5 . e 475. 1.); dalle 
quali hanno tratte così utili notizie, con tanta 
profusion di dottrina i più valorosi campioni 
dell 1 antiquaria. Perocché codesta rarissima 
condizione di monumenti, interessa sopra di 
ogni altra gli studi delP antica Geografia, 
delle leggi, dello stato municipale, e cento 
altri rami della scienza. E certo ne avrebbe 
goduto F animo il poterli emulare, ricercando 
al lume della nostra epigrafe Y antica topo- 
grafia ed i confini ticinesi; se sgraziatamente 
non fosse priva di qualunque nome di luogo, 
che forse appariva abbastanza dal sito stesso, 
ove in origine il termine era stato piantato. 
Però non sembra questo dovess* essere molto 
lontano , onde la fatica del trasporto potesse 
proporzionarsi alf uso miserabile cui fu de- 
stinato. La rottura del sasso ne ha poi anche 
privati del nome del Magistrato, che dalle 
poche lettere rimanenti potrebbe reintegrarsi : 
Publius cO&nelius PATEraus; e poco ap- 
presso LiEGatusì quindi D 1 VT limitate col - 
lapsum TERMEN PON£ CVR avit QVI 
IVDIC iis SVIS PROGVRANDVM INIVNG- 
X 1 T: cioè Cornelio Paterno Legato ecc . 
fece ristabilire il termine per vetustà rui~ 



6 ? 

nato 9 il quale uvea sentenzialo dovess* essere 
con maggior cura custodito. Veniamo per- 
tanto solamente a sapere , la causa in di- 
scorso essere stata decisa da un Legato, il 
eguale dovete essere stato destinato dal Senato 
o al più dal Prefetto al Pretorio di Roma ; 
sotto la cui immediata giurisdizione rimase 
la nostra Gallia e le altre regioni d’ Italia , 
sino alV impero di Adriano, siccome abbiamo 
altrove accennato. Perocché dopo codest" epo- 
ca, il giudizio ne sarebbe stato pronunziato 
da uno de* Consolari , ovvero da Giuridici , 
ed in appresso da un Correttore, intesi pre- 
cipuamente alle cause della maggiore impor- 
tanza, quali erano appunto quelle di confini. 
Non rimarrebbero perciò a farsi che poche 
osservazioni puramente grammaticali \ e sulla 
parola Termen , in luogo di terminus , usata 
dall’ antico tragico Accio presso Varrone; e 
sul verbo procurare nel significato di custo- 
dire con tutta diligenza , e su tali altri arca- 
ismi , che dimostrano il nostro monumento 
terminale, poco meno che sincrono agli altri 
che abbiamo di sopra citati. 



Ó8 



Num. 17, 




Frammento (li ara o piuttosto di edicola 
sepolcrale , già portante in due ; e forse in più 
nicchie i ritratti delle persone ivi deposte , 
con alcuni ornamenti alF intorno , fra quali 
si scorge un* elegante lucerna ; tutto il rima- 
nente essendo affatto guasto e minato. A 
fianchi vi erano varie figure allegoriche in 
altrettanti scompartimenti , uno de" quali ri- 
mane, che porta il Genio di un fonte con 
vaso nella destra ed un ramo nella sinistra, 
siccome vedesi nell' unito disegno: 




6 rj 

la figura dello scompartimento inferiore è 
affatto perita. Lo stile delle sculture accen- 
na a migliori tempi delF arte presso i ro- 
mani. 

La piccola parte che rimane delF epitaffio 
ha il nome del suo autore; e il Muratori che 
pel primo la pubblicò (p. 679. ) ne lesse la 
prima linea nel modo seguente: LV. AVLIVS. 
SP. F; ma il P. Zaccaria ( Z. c. cap. 12.) la 
riferisce in quest* altro modo ; 

.... V. AVLIVS. SPI. . . . 

indicando con que* puntini il monumento 
esser rotto in ambe le parti. Finalmente il P. 
Capsoni, il quale avea il marmo sott* occhio, 
si unisce alla lezione del dotto Gesuita, tac- 
ciando il gran Muratori di doppio errore; di 
aver letta la sigla LV. per Lucius , prenome 
solito ad accennarsi con una semplice L; e 
di aver scritto SP. F. invece di SPI; quan - 
do 0 a suo dire, la nota SPI. è troppo chiara 
nel marmo , che deve piuttosto indicare 
Spinter , o Spiculus , o altro simil cognome 
di Aulio y cui la frattura del marmo ci to- 
glie di sapere qual fosse ( Tom . 1. p . 289. ) 

Egli è fatto costante però, che avanti la 
prima lettera V. havvi la parte inferiore di 
altra lettera con asta orizzontale incurvata e 
prolungata al di sotto della V. medesima , la 
quale dal Muratori, non senza qualche vero- 



70 . 

somiglianza,, fu presa per una L. ma che più 
diligentemente osservata, non lascia veruna 
incertezza essere la parte di sotto di una Q. 
Inoltre sul fine delle linee il marmo non è 
infranto, che anzi 1* angolo rimane intatto , e 
sul fianco di quella parte vi hanno le scolture 
che abbiamo podi* anzi descritte. Finalmente 
dopo la sigla SP. vi ha un punto ben appa- 
rente lavorato a triangolo, e poscia una F, 
alcun poco guasta, ma che non ammette 
dubbio ; e compie la linea. 

La sigla QV. indicante prenome, comechè 
si desideri ne* moderni cataloghi di note la- 
tine, si vede però nel più antico di Valerio 
Probo, dove manifestamente s’interpreta per 
Quartus \ prenome che non mancava nella 
serie de’ numerali, e del quale il Fabbretti 
ne reca vari esempi ( Inscript. p. 24 . )? ser- 
vendosi in tale guisa a differenza dell’ altro 
prenome Quintus , indicato con una semplice 
Q. nello stesso modo che TL per Tiberius , 
distinguevasi da Titus , scritto con una sem- 
plice T. e simili. Ilari però sono i monumenti 
che ne dimostrino Y uso ; ma uno quasi do- 
mestico 1’ abbiamo in Milano nella seguente 
lapide, esistente nel cortile della Casa già 
Archinto ora Origo a Porta nuova \ 



7 1 



Q. COMARIVS. SEVEltVS 
Q. COMARIO. PATRI. ET 
COBRONIAE. SVRI. FILIAE 
MATRI. SIRI. ET. DOMINAE 
QV. FILIAE. PVPAE. VXSORI 

marmo bellissimo con iscolpite le teste delle 
quattro persone cui era destinato il sepolcro. 
Altro se ne legge in lapide del Vignoli (/>ag. 
287.); e forse molti altri se ne vedrebbero 
nelle opere a stampa de* grandi Collettori 7 
se troppo sovente non si fossero permesso di 
correggere gli antichi monumenti originali, 
siccome è avvenuto nel nostro frammento. 
La stessa cosa oserei dubitare, sia occorsa al- 
T iscrizione riferita dall' editore delle opere 
del Visconti, nella dottissima prelazione al 
museo Chiaramonti ( Ediz. milanese 18 22 ) 
esposta nel modo seguente: 

Q. OVIVS. OY. F 
TR. PL. VI AM 
STRAVIT 



Il Muratori che la riporta (p. 507. 6. ) avea 
unite insieme le lettere OVF. e interpretata 
per la Tribù Uffentina; ma il nostro Labus, 
sulF esempio di altre lapidi della Campania, 
onde questa deriva, nelle quali la JGente 



7 * 

Qvia non di rado s* incontra, e veduta la 
separazione del punto formante due sigle 
invece di una ; si tiene con sicurezza alla 
lezione del dotto prof. Lupoli, il quale nel 
suo Iter Venusinum (p. 338. ) assicura non 
ammettere vermi dubbio ; onde crede doversi 
interpretare Oviì jilius. Se non che ne lascia 
incerti, se quella parola Ovii sia nome gen- 
tilizio, o prenome personale ; alla prima delle 
quali supposizioni contrasta lo stile latino, 
che unisce al figlio il prenome, o al più il 
cognome del Padre , ma non già il nome 
gentilizio, che necessariamente dovea portare: 
la seconda incontra la grave difficoltà, di non 
trovarsi nella serie de* prenomi latini quello 
di Ovius. Per la qual cosa io sono di avviso, 
che s* egli avesse potuto osservare personal- 
mente il marmo originale, invece di fidarsi 
alP occhio non sempre sicuro del Lupoli, non 
gli sarebbe sfuggita la piccola linea che di- 
stingue la lettera O. dalla Q. e Y avrebbe fe- 
licemente interpretata Quarti filius. Così il 
buon Muratori avea preso uno sbaglio consi- 
mile (pag i3o 6 . n. a. ). Leggendo in fine di 
un epitaffio bolognese S. O. invece di S. Q. 
che poscia nelle correzioni indica doversi in- 
terpretare sine querela . 

Alla seconda linea del nostro marmo do- 
vean seguire alcune altre scritte al di sotto 
delle nicchie portanti i ritratti , co' nomi di 



?3 

tutte le altre persone, alle quali il Seviro 
Quarto Aulio avea conceduto di poter essere 
tumulate seco stesso nel sepolcro eh* crasi fab- 
bricato; secondo F usanza del tempo; laonde 
non fa meraviglia se quella linea finisca con 
un ET. Perocché la pluralità delle nicchie 
ove si vedevano vari ritratti, ne toglie di 
poter applicare a questo luogo F ingegnosa 
osservazione del sullodato archeologo esposta 
ne Commentari dell* Ateneo di Brescia ( 1 8 1 8. 
P . 307. ); di essersi cioè lasciato a hello studio 
quella congiuntiva in sulla fine dell’ epigrafe, 
onde allettare qualcuno nella speranza di ve- 
dervi aggiunto il suo nome , ed aver parte 
perciò all" eredità dell* Autore del monumento. 

Non entreremo nella quistione intorno al 
Sestumvirato , carica della quale era vestito 
il nostro Quarto Aulio, essendosene parlato 
abbastanza dagli eruditi. Solamente ci sembra 
che questi fosse Seviro Augustale ; poiché, 
siccome avremo nell’ epigrafe seguente occa- 
sione di osservare, il Sevirato municipale non 
apparteneva a Ticino clV era amministrato da 
Quadrumviri. 



?4 



Num. i8. 



L* CASSIVS • C* F 
PAP* LABEO • Hi!. YIR 
CASSIA • L* L- TROPHE 



C^uesto antico marmo coir altro non meno 
importante che abbiamo di sopra commentato 
al n. 14. rivide la luce nel 18x8 nell' occa- 
sione di demolirsi l’antica porta a S. Giovanni; 
ed il dotto epigrafista dott. Labus ne diede 
tosto conto al patrio Ateneo, siccome riferi- 
scono i suoi Commentari di quell’ anno me- 
desimo. Vi si leggono a grandi caratteri i 
nomi di L. Cassio figlio di C. Labeone della 
Tribù Papia Quadrumviro, e di Cassia Trofe 
sua liberta; nè può dubitarsi, non servisse di 
titolo al loro sepolcro. 

Assai diffuso era il nome gentilizio de* Cas- 
sii presso i popoli traspadani, perocché dopo 
r uccisione di Cesare si diedero in clientela 
a G. Cassio uno de' capi della congiura, sic- 
come attesta Cicerone nelle Filippiche ni. e 
iv. e particolarmente in una fra le molte 
lettere a lui dirette [tamil. Lib. xm. Ep. 



7 $ 

5.); il quale similmente conferma ciò clic 
per molte autorità è fuor di ogni dubbio; 
i clienti essere stati soliti di prendere i nomi 
romani da'’ Patroni che gli aveano procacciata 
la romana cittadinanza ( Ib . Ep, 36, ) Perciò 
moltissimi di tal nome si trovano ne* marmi 
antichi di Milano di Como di Prescia di Cre- 
mona ; e fra nostri, Cassia Quarta, della quale 
diremo qui appresso , Cassia Paola , Cassio 
Optato, Cassia Lanzienusa, in altra riferita 
dal Capsoni ( T. i. Tav. 8. ) Il Cassio della 
nostra epigrafe avea inoltre Y illustre cognome 
di Labeone, proprio de^Fabii e di altre nobi- 
lissime romane famiglie, onde portava i tre 
nomi tutti romani con che soleano distinguersi 
i primari cittadini ne* tempi migliori. E cer- 
tamente egli fu uomo di vaglia in patria, 
essendo insignito del Quadrumvirato, magi- 
stratura suprema equivalente a quella del 
Duumvirato in altri municipii ; la quale pre- 
siedeva alP ordine de Decurioni, amministrava 
giustizia , ed era decorata e munita di Fasci 
di ministri e di Tribunale. 

Maggiormente osservabile è questo marmo, 
di cui si è accresciuta la raccolta dell’ Uni- 
versità, per la menzione della Tribù Papia 
cui era scritto il suo autore; essendo questo 
il secondo monumento, che dimostri la vera 
ragione del nome rimasto nella lingua moder- 
na all* antica città di Ticino, siccome abbiamo 



7 6 

ragionato nella nota al nura. i3. : tanto piu 
pregevole, in quanto che questo non può 
lasciar veruna incertezza intorno all" antica 
sua pertinenza. 

U altra persona , colla quale L. Cassio 
avea comune il sepolcro, era Cassia sua li- 
berta soprannominata Trophe \ nome grecanico 
che s* interpreta Nutrice, che ha molta rela- 
zione col Trophimus , assai frequente, e che 
due volte s incontra in queste poche lapidi 
pavesi. Comunissimo presso gli antichi era 
r uso di fabbricarsi Y ultimo domicilio insieme 
co" servi , e specialmente co" liberti ; i quali 
sovente ne facevan le spese. 

Rapporto alf età , non esiterei di credere 
questo monumento spettante al primo secolo 
dell 5 era nostra ; avuto specialmente riguardo 
alla fabbrica in cui serviva di materiale; pe- 
rocché all’ epoca di sua erezione , intorno al 
iv. secolo per le ragioni accennate al num. 
3 3. ; questo era già stato guasto > e violato 
pubblicamente il sepolcro cui in origine ap-* 
parteneva. 



77 



Num. 19. 




Il Muratori che pubblicò pel primo questa 
lapide ( p . 1265. 4 *) 9 esistente in S. Pie- 
tro in ciel d’ oro , ed ora nell* atrio Malaspi- 
na; ed il P. Zaccaria che la diede per ine- 
dita ( Z. c. p. 2,07. ), oltre alcun^ altra inesat- 
tezza, divisero replicatamente Olomanio in 
due parole, ponendo un punto fra Y Olo , e 
il lVlanio ; ed il P. Gapsoni y sebbene il suo 
disegnatore Y avesse unita, quale si vede nel 
marmo originale; tuttavia nella sua illustra- 
zione ( pag . 241. ), legge francamente Olo Ma- 
nio, quasiché fosser distinte; soggiungendo 
col Muratori , il prenome Olus essere bensì 
raro ma non affatto singolare. Stando però al 



73 

marmo , vedesi quel nome tutto unito insieme 
ambedue le volte , senza veruno spazio , e 
senza il punto che separa le altre parole. La 
qual cosa sebbene crediamo accennare ad un 
nome più antico de’ Galli, de* quali non rimane 
verna monumento diretto per aver eglino 
usata una lingua non scritta ( nomi nobilitati 
poscia co' latini che più da v vicino gli si ac- 
comodavano ); pure vogliamo ammettere essere 
avvenuto da semplice imperizia del lapicida , 
che però mostra la straordinarietà di quel pre- 
nome , che i latini de* tempi migliori pro- 
nunziavano col dittongo Aulusì sicché, se- 
guendo 1 * inesatta pronunzia, non ha avvertito 
doversi disgiunger dal nome. Anche della 
Gente Mania si hanno pochissimi esempi, e 
tutti di tempi molto inoltrati ; chè forse pro- 
veniente in origine dal celtico Man , fu 
aggiunta assai tardi a nomi romani. 

L’ epitaffio fu posto dalla pietà di un 
figlio, che ha ommesso il proprio nome, alla 
memoria del padre Olo Manio Erote , di sua 
madre Cassia Quarta , e di suo fratello Olo 
Manio Tertuilo . Onde si vede, quanto sia 
giusta T osservazione del Morcelli ( De styl . 
lib. i. 17.)? che & padre di condizione li- 
berto portava un cognome greco, il quale dal 
figlio fu mutato col latino Tertuilo, onde 
mostrare la sua nascita ingenua , e Y autore 
stesso della iscrizione, ne avrà ostentato altro 
similmente latino® 



79 

Del Tertullo qui nominato si ha la se- 
guente lapide gruteriana, che dicesi esistente 
in Zara ( p. 708. io. ) 



D. M. 

O. TERTVLL. FILIO. O 
TERTVLLVS. ET. AV 
REL. AMANTISS. PA 
RENT. PO. 

Perocché il costui prenome Olus , comune 
anche al figlio premorto, appunto per esser 
di uso affatto straordinario, non permette di 
dubitare essere della stessa persona che vien 
ricordata nel nostro marmo. 



So 



Num. 20. 



L * SALLI 
NIGER, SIBI 
ET* SAL* hel* paTri 
CALPVRN* SECVNDAE 
MàTri * 1/ SAL* SE 
CVNDO * F* CARISSIMO 

ONI 

. . NNO 

I * F 



VS 




j/^Lntico epitaffio in forma di edicola fra 
due pilastri striati; rimase per vari secoli 
sepolto e incastrato a piedi la gran torre 
Belcredi, d*onde potè trarne un* imperfettis- 
sima copia il Capsoni ( T. 1 . Tav. iv. n . 8.); 
estratto per cura del sig. Marchese Malaspina 
ora vedesi nella sua raccolta. Le poche parole 
che a grande stento si possono raccappezzare 
nelle prime sei linee ( dove s’incontrano molti 



3i 

nessi di lettere , fra le quali Y A unita colla 
L. , r H coir E, la T colla 11 , ed altre ) 
indicano come L. Sallio Nigro avesse eretto 
un sepolcro per se , per Sallio Eleno suo 
padre , per Calpurnia Seconda sua madre e 
per L. Sallio Secondo suo figlio. Le altre 
parole, die probabilmente portavano altri no- 
mi e le solite forinole, sono assolutamente 
illegibili : nella base eravi una scultura , 

aneli" essa affatto perduta. 

Della gente Sallia pochi sono i monumenti 
rimasti, ed era forse di origine gallica. Que- 
sto ramo di condizione libertina, cui apparte- 
neva il padre per quel suo cognome grecanico, 
era divenuto ingenuo rielF autore del monu- 
mento e ne* suoi discendenti, i cui nomi 
seguono gli usi invalsi e dimostrati per mol- 
tissimi esempi. 



6 



JSum. ai. 



. F. NAEVOLO. FRAT 

. . . ETTIAE. M. F. FRIMAE. FIL 
. . . H. N. S. 



Frammento emerso Tanno i8a5 nella de- 
molizione delTantica porta Marenga, ora nel- 
T Università. 

La perdita della maggior parte dell* epi- 
grafe lascierebbe troppo libero campo alle 
congetture* per chi volesse intieramente sup- 
plirla. Ciò che rimane non lascia verun dub- 
bio* che un Marco Vezzio avea destinato un 
sepolcro a se stesso, a Vezzio IN e volo suo 
fratello, ed a Vezzia prima sua figlia, proi- 
bendo gli eredi di valersene. H. M. H. N. S. 
( hoc monumentimi haeredes non sequitur). 
Mancando la prima lettera del nome gentili- 
zio , si sarebbe potuto ascrivere anche alla 
Gente Mezzia , della quale si ha un Q. Sta- 
bilirne figlio di Spurio in altra lapide riferita 
dal Capsoni ( T. i. Tav. iv. n . i4- ) > che 
T ebbe mal copiata dal Moriggia in Bassigna- 



f,3 

na ; ma si è preferito il nome della Vezzia , 
pe' seguenti motivi. 

Di questa famiglia abbiamo altro marmo 
in Soriasco, riferito dallo stesso storico pa- 
vese ( Ib. n. 4- ) 9 portante una Vettia Tertia 
moglie di Salvio Satrione, la quale potreb- 
be essere stata sorella della nostra Vettia Pri- 
ma ; vedendosi in quella casa seguito il co- 
stume allora invalso , di dare un cognome 
numerale alle figlie; e tutti potrebber essere 
attinenti a quel Vezzio Bolano che fu Con- 
sole e Governatore in Britania nell* anno 69. 
dell’ era nostra , del quale fanno parola Ta- 
cito (Armai, xv. 3. Hist. 11. 65. e 97. ), e 
Stazio { Sylv. L. 11. ). 

La Casa de’Vezzii fu antichissima in Ro- 
ma, dicendosi perfino che uno Sp. Vezzio 
sostenesse V interregno fra Romolo e Numa , 
siccome narra Plutarco ( in Num. ); divisa in 
varie famiglie, alcuna di esse erasi recata in 
queste parti, e vi sostenne i primi onori 
municipali nel primo e nel secondo secolo di 
nostr* era ; perocché ad essa appartengono 
tutti i nominati nella seguente iscrizione mi- 
lanese esistente nella casa altra volta indicata 
già Archinto. 



V. F. 

BQLANA. M. F. 

SEGVNDA 
SIBI.'ET 
VETTIAE. S. F 
CIVILI. F. ET 
IVI. SOLANO M. F. 

ANIENS 

MARCELLO. FRATRI 
IIII V1R AEDIL. 

TOTESTATE 
H. M. H. N. S. 

IN. FR. P. XV. IN. AGR. P. XXX. 

E questa Bolana Seconda , similmente figlia 
di Marco , è molto probabile fosse sorella 
della Vettia prima portata dal nostro fram- 
mento, e della Tertia moglie del sunnomi- 
nato Satrione. Alla stessa Gente spettano un 
Vettio Gallo Seviro Juniore (Fabretti. Cap. 5. 
n. 3i4» ) un Yettio Novello in Milano ( Labus 
note al Rosmini Op. cit . p . 449. ); il Vettio 
Marcello di Mantova ( Marat p . 519. n. 3.), 
il Vettio Secondo di Àsti ( Grut p. 48 6. n. 7. ) 
e il Vettio Sabino Cavaliere e Quadrumviro 
Municipale di Ravenna in Modena ( Cavedo - 
ni marmi modenesi p . i3o. ) e tutti i nomi- 
nati nella tavola alimentaria di Trajano, e 
gli altri senza cognome del seguente fram- 
mento trovato poco lungi di Casteggio 3 ed 
ora in Tortona , 



85 



C. VETTIVS 
CN. F. SIBI. ET 
L. VETTIO . . . 
ET 



Sembra perciò fuor di dubbio, che anche il 
nostro frammento debba a preferenza sup- 
plirsi con un nome cotanto esteso nelle no- 
stre contrade. 



Num. 22 . 




LTIT1VSC 

MONTANV 

V1VIRAEDI 

IIVIKSIBIE 
GTITIOOTO 

LANONI 
E AIRE? 




Bellissimo Sarcofago ottagono in marmo ros- 
so di Verona lavorato molto diligentemente 
a squame, fuori del lato portante 1 * epigrafe; 
serviva già di puzzale ad una cisterna nel- 




86 

r insigne monastero di S. Salvadore, ed ora tro- 
vasi nella raccolta Malaspina. L'iscrizione fu 
già pubblicata dal Muratori ( p . 7 5o. 6. ), dal 
P. Zaccaria ( Z. c. ) ? e dagli altri Colettori ; 
ed il P. Capsoni ne diede la figura e la spie- 
gazione ( Tom. i.p 229. T(w . iv. n. 7.). Egli 
non dubita 5 che L. Tizio Montano ivi nomi- 
nato non appartenesse al municipio ticinese , 
e conseguentemente riferisce allo stesso mu- 
nicipio le magistrature per lui coperte , le 
quali però mal si potrebbero conciliare con 
altri monumenti ; e specialmente coll’ altra di 
più certa pertinenza di questa Città 5 sulla 
quale abbiamo ragionato al num. 18. onde 
rilevasi che il Quadrumvirato era la sua prin- 
cipale magistratura. Allo stesso intendimento 
sembra il nostro Storico aver isfuggita la 
Tribù PoPia ? nella quale era scritto G. Tizio 
padre dell* autore del monumento ; siccome 
è abbastanza manifesto ; ed avea letto il Mu- 
ratori ( Op. cit. in Indice ad v. p. 2 353. ) ; 
e gli piacque di unire piuttosto la sigla POL. 
col cognome LANONI, formando la parola 
Vollanoni 9 contro la convenienza dello stile, 
e r euritmia dell' epigrafe. Errore precisamente 
pari a quello in che cadde l'Archeologo fran- 
cese che univa la sigla della Tribù Palatina 
al cognome Nonianus , ed avea formata la 
parola P alnonianus \ onde fu richiamato dal 
chiariss. Labus nella Prefazione alT edizione 



3? 

del Museo Chiaramonti, che abbiamo altra 
volta citata (pag. 71. ). D’altronde egli ò noto 
qualmente i cognomi latini non meno de’ gre- 
ci, aveano sempre una significazione propria, 
e che Lano sino al tempo di Plauto si di- 
ceva in luogo di Lanius , dal qual mestiere 
avea preso il cognome questo nuovo ramo 
della nobilissima gente Tizia , mutato poscia 
in Montanus dal figlio che fece fabbricare 
quest’ urna. 

Della medesima Famiglia si hanno invece 
varie memorie in Milano, di cui non pochi 
Cittadini si veggono ascritti alla Follia ; e 
dove certamente i Seviri hanno tenuta per 
alcun tempo la suprema Magistratura della 
Patria, siccome ne danno sicura testimonian- 
za, 1’ epitaffio di Novellio Sestumviro e Que- 
store, che vedesi nel mezzo gli archi a Por- 
ta nuova ; e 1’ altro che riferisce il Feretti 
( Musae Lap. I . iv. meni . 45 . ), perocché l’apo- 
grafo del Grutero ( p . 437. 3. ) manca di se- 
gnarvi la Tribù UfFentina: 

V.F. D. M. 

MAXIMVS. MAXIMINVS. OVF. PRIMI 
TIVVS. VI. VIR. MEDIOLANI. SIBI. ET. cet. 

Così pure la votiva, nella Casa di S. Fi- 
lippo in Lodi , che ci piace di ripetere , per- 



88 

cliè aneli* essa (lata inesattamente dal Grnte- 
ro ( p. 43 * 12. ), il quale la dice esistente in 
Milano, dov^ è probabile si trovasse a 5 suoi 
giorni; e dal Muratori, che la ripone al luogo 
ove presentemente si trova ( p. 61. 6. ). 

L. GEMINI VS 
L. F. OVF. MESSIVS 
VI . VIR 

CVRAT. AERARI 
MEDIOL. HERCVLI 
( Sic ) V. S. I. M. 

Finalmente l’altra di riscontro a questa , presso 
Io stesso Grutero ( ib.n . 11. ) 

L. MESSIVS . L. F 
GEMINVS 
VÌ. VIR 

CVRAT. AERARI 
MEDIOL. HERCVLI 
V. S. L. M. 

Ed è regola ordinaria, che ove al Sevirato 
non si aggiunga altra qualificazione , s* inten- 
da il Municipale, comechè non poche ecce- 
zioni si abbiano, siccome quella che abbiamo 
osservata al num. 17., ed altre ancora in ap- 
presso ; ma le altre cariche che coprivano , 
e i costoro nomi, li dimostrano tali persone, 
da non ostentare il ministero augustale, ren- 
do to pressoché esclusivo a* liberti. 



liC) 

Perchè ne sembra poter fondatamente so- 
spettare, il nostro sarcofago essere stato di Mi- 
lano trasportato in S. Salvadore ppr adattarlo 
affuso, cui ha servito per alena tempo. Che 
per verità non crediamo doverne troppo im- 
porre la legge stabilita dal buon Capsoni 
( Tom. i.p. ai 8 . ) ; che, ogniqualvolta ne 
marmi di esistono in Pavia o nel suo ter- 
ritorio non vi si nomini espressamente altra 
diversa patria , nè si rechi positiva testi- 
monianza , essere stati d * altronde qui tra- 
sportati } sempre avranno gius i Pavesi di 
reputarli , come spettanti a qualche loro 
municipe o cittadino. Principio , che sebbeu 
necessario a tenersi nelle cose civili , in ar- 
gomenti letterari però riuscirebbe troppo in- 
giurioso al vero , scopo sovrano degli studi 
delF istoria , e dell’ antiquaria , che deve pre- 
stare ad essa il più util sussidio. Lungi poi 
che una tal legge fosse vantaggiosa a questa 
Patria , siccome proponevasi il benemerito 
suo Cittadino, crediamo invece le riuscirebbe 
di grave danno ; noto essendo a quanti spo- 
gliamenti e saccheggi sia andata soggetta ne 
bassi tempi , e di quanti suoi monumenti 
siensi fregiate le città sue rivali. E dalle 
stesse memorie di lui, e da queste nostre 
piccole esercitazioni appare abbastanza, quali 
travasamenti abbian sofferto negli ultimi se- 
coli i marmi antichi di queste contrade \ sic- 



90 

chè potrebbe invece siabilirsi la contraria re- 
gola ; che il luogo ove in oggi si trovano 
non sia sufficiente argomento di loro origine, 
qualora non rimanga memoria di esservi stati 
trovati , o nella demolizione di antiche fab- 
briche, o negli scavamenti della terra; della 
quale circostanza è perciò necessario farne 
diligente nota, onde non confonder maggior- 
mente la storia , invece di portarvi alcun 
lume con questo genere di monumenti. 



Num. 23. 




Prima di far parole intorno al contenuto 
di questo Cippo mortuale , rinvenuto nella 



91 

demolizione di porta Marenga, ed ora esistente 
nell’ Università ; giova osservare la sua forma 
materiale, onde rilevasi lo scopo di renderlo 
immobile, ad indicare perpetuamente il nome 
del defunto e lo spazio del fondo sacro , 
che non poteva esser violato con verun ge- 
nere di coltivazione ; ed acciò che non fosse 
rimosso, vi fu aperto un foro nella parte 
che dovea rimaner sotterra, pel quale fatto 
passare un grosso tronco , si rendeva impos- 
sibile il levarlo furtivamente. 

La semplicità del dettato, e la paleogra- 
fia lo mostrano de * buoni tempi; e special- 
mente la preposizione in unita alla sua pa- 
rola ; la I. più alta delle altre lettere , ciò 
che indica dittongo, e più sovente la quan- 
tità lunga; e finalmente la nota numerale £ 
in luogo di L , di cui frequenti si hanno gli 
esempi nelle monete della Repubblica e nes- 
suno in quelle degl* Imperadori ; sebbene di 
questa età non manchino alcune lapidi, fra 
le quali la seguente nel piccolo giardino del- 
r Ambrosiana in Milano ; 

C. ALFIVS . C. L. 

ONIRVS 
A. V. x 

( annos vixit quinquaginta) 



9 * 

La gente Vibia fiorì grandemente in Ro- 
ma, e si sparse in tutta la Gallia Citeriore ; 
e parecchie iscrizioni si hanno di Vibii por- 
tanti diversi cognomi, ed insigniti di cariche 
cospicue, non mancandone qualcuno anche 
fra questi pochi marmi pavesi. M. Vibio Ip- 
pocrate, del quale fa cenno questo nostro 
titolo , sembra però fosse di condizione li- 
berto , e forse medico di professione , onde 
avesse meritato T onore di essere nominato 
da quel sommo greco ; se pure il padrone 
che gl’ impose il nome, non guardò piuttosto 
alla significazione propria della parola, rife- 
rendolo giusta il costume al servigio che do- 
vea prestare nelle sue stalle. In qualunque 
modo , egli dovett’ esser uomo di non poco 
rilievo , essendogli stata consecrata un area 
abbastanza estesa per suo sepolcro. Su di che 
giova osservare, come in queste parti si veg- 
gono codeste aree sepolcrali per ordinario di 
uri ampiezza assai maggiore di quella che 
praticavasi nell* agro romano , e nella bassa 
Italia , dove certamente i fondi erano a più 
alto prezzo, e ridotti a migliore coltivazione. 



9 3 



Num. 24. 




Motto non meno filosofico che religioso, in- 
ciso a belle lettere su picciol riquadro ad 
aggetto, nel mezzo un architrave di porticella , 
che certamente dava adito ad un antico se- 
polcro. Fu trovato fra le macerie di assai 
vecchio muro nella fabbrica della nuova porta 
a S. Vito. Egli è noto come codesti sepol- 
creti erano variatissimi di forma; ora a modo 
di piccioli tempii rotondi o quadrati, ora di 
camere , di colombari , di cripte ed ipogei , 
ora di aree cinte a muro, a rastelli di ferro, 
o a siepe viva, ed anche col podio e la lo- 
rica; siccome vedremo poco appresso (N. 28.), 
Le quali maniere tutte ammettevano una por- 
ta , su cui sovente leggevasi un titolo , od 
una opportuna sentenza. Mors laborum et 
mìseriarum quies ? dicea Cicerone (Catil. iv. 
c. 4. ) ? e quiete chiamarono i poeti il cessar 
della vita, onde Properzio, quod si forte tibi 
properarint fata quietem ( Eleg> 21. ) e per 



94 

metonimia gli stessi luoghi destinati al riposo; 
inveniunt intectas fronde quietes ( Lucret. i. ) 
Però di questa parola quiescere , se ne valsero 
a preferenza ne" loro epitaffi i Cristiani depri- 
mi secoli; che ricordava loro il consolante 
domina di una nuova vita : tuttavia se ne 
hanno esempi anche fra gli Etnici, ne quali 
le sigle O. E. B. Q. s’ interpretano Ossa ejus 
lene quiescant. 

Di siffatti generali apoftemmi se ne hanno 
non pochi altri consimili nelle grandi raccol- 
te di antichi lapidi . Ma diremo noi doversi 
allogare ancor questi al pari degli epigrammi, 
delle leggi , de* testamenti , dell* epistole e 
simili, fra le iscrizioni? Certamente ; quante 
volte considerar si vogliano sotto V aspetto 
di monumenti dell 5 antichità; non però giam- 
mai , come componimenti epigrafici. La quale 
distinzione noi la reputiamo di non poca im- 
portanza agli studi archeologici : perocché la 
comune classificazione delle antiche iscrizioni 
lapidarie e metalliche, essendosi appoggiata a 
questa seconda maniera di considerarle ( più 
presto di ragione de 5 Rettori che degli Ar- 
cheologi ) ; ne sembra da ciò esserne derivato 
alcuno errore, ed un conseguente ritardo ai 
progressi della Scienza. Su di che ne basti 
per ora questo cenno, onde non entrare in 
argomento troppo generale, ed estraneo alle 
presenti nostre investigazioni. 



Nota . 



Le seguenti iscrizioni riferite dal Capsoni 
e da altri Scrittori di cose pavesi, non si 
sono potute per noi riscontrare sugli originali. 

Num. 2 5 . 

M. M. 

M. M1NICIVS 
IVSTVS . ATILIAN. 
y. S. L. M. 

Piccolo Cippo o ara votiva riferito da Gi- 
rolamo Bossi in una Collezione MS. di tutte 
T epigrafi a* suoi giorni ( in sul principio del 
1600.) esistenti in Pavia, coir annotazione , 
in domo Nob. DD. de Menochiis : in ap- 
presso passò nella villa di Cinisello del Conte 
Silva presso Monza , d’ onde V ebbe il Mura- 
tori che la pubblicò nel Novus Thesaurus 
( /?ag. 1891. n. 12. ), spiegando le due prime 
note Minervae memori , nella stessa manie- 
ra che avea interpretate tre altre consimili 
( pag. 53 . n . i 5 . e p. 54. n. 1. 2. ), le quali 
sull' autorità di quella che immediatamente 
le precede, si asseriscono trovate nello stesso 
luogo di Travi nel piacentino, ov* espressa- 
mente sta scritto 5 



9 6 



MINER . MEM 
VINCIA . CRISPINA 
P. F. V. S. L. M. 



Ma poiché questa intitolazione della Dea nel 
supposto delubro di Travi è molto incerta, 
vedendosi in altre lapidi dello stesso luogo, 
ora Minerva Medica , ora con altri titoli ri- 
feriti dal Allegranza negli Opuscoli eruditi 
(pag. 3i4- ); nè d’altronde potendoci facil- 
mente persuadere, che questo marmo, il quale 
senza dubbio trovavasi due secoli prima in- 
castrato nel muro di una nobile Casa pavese, 
sia pervenuto al Conte Silva dal piacentino, 
piuttosto che dagli eredi de’Menocchi di Pa- 
via ; saremmo d’avviso, le suddette due siede 
doversi leggere coll’ Orsato, e con altr’ in- 
terpreti delle note antiche. Mairi Magline , 
detta altre volte Mater Deum 0 o Dea Ma - 
gna 0 colle sigle corrispondenti M. D. o D. M.: 
sotto la quale denominazione veneravasi Ci- 
bele, ossia Opi, Berecinzia, Bea, Tellure eco. 
Sapendosi inoltre , che queste due iniziali 
prese separatamente erano adoperate, e lette 
comunemente per le parole Mater e Magnus 0 
a norma del senso che loro si addiceva mi- 
gliore i e le sigle in generale erano intese da 
tutti, ed avevano la stessa significazione nel- 
l’Asia e nell’Africa, nella Dacia e nelle Gal- 



97 

Ile, come Paveauo in Roma, siccome diceva 
il Maffei. Finalmente ò noto che il culto mi- 
sterioso e simbolico di codesta straniera Deità 
erasi esteso in sul cessare del gentilesimo ; e 
per antica tradizione dicesi avesse un Tempio 
nella Città di Papia Ticino , precisamente 
nel luogo ove sorge in oggi la Cattedrale 
( Caps. Tom. i. p. 2 , 56 .). Il divoto Polinomio 
era certamente uomo di molta importanza, e 
spettava alla nobile gente Minicia di cui ab- 
biamo altra lapide, ed era parente dell' Ati- 
ìia cotanto estesa in queste contrade, siccome 
in appresso diremo. 

]Num. 26. 

BELLONAE . INVICTAE . AVG 
Q. VIBIVS . Q. F. QVERCVS . PRAEFECTVS 
ANNONAE . ET.LEG. LEGIONIS. III. ITALICAE 
ET . T. AELIYS . Q. F. VIBIANVS . QVAEST 
SIGN. DD. 

Il fonte troppo screditato onde il Gridio, dal 
quale la ripete il Capsoui ( T. 1. Tav. 11. n . 6. ) 
trasse questa epigrafe ( ex Ligorio ) ne dispen- 
sa dal prenderla in molta considerazione. Però 
non dubitiamo di sua autenticità , chè non 
v ? ha motivo ragionevole di frode , la quale 
trovasi d J ordinario ne* monumenti che accen- 
nano fatti persone o luoghi, i quali possono 

7 



9 3 

riflettere qualche onore su di altri in oggi 
esistenti. D’ altronde i nomi i titoli e le 
frasi, sono esattamente conformi all’ antico 
stile; nelle quali cose è troppo raro che non 
pecchino le apocrife : comunque non cono- 
sciamo altri esempi de’ titoli di Augusta , e 
à’ invitta dati alla Dea della guerra. 

Nurn. a 7. 

IVNONI 
CORNELIAE . N 
ALBANVS . DISP. 

(Questa lapide già pochi anni sono, esisteva 
nel cortile della soppressa casa parrocchiale 
della Trinità, ed era stata trovala nella de- 
molizione dell" antico monastero di S. Agata 
con altri monumenti romani e longobardici. 
Il P. Gapsoni la giudica iscrizione votiva alla 
Dea Giunone speciale protettrice della Gente 
Cornelia, posta da Numerio Albano Dìspen - 
sator , ossia Tesoriere imperiale ( Domus Au- 
gustae ) ( T. 1. pag. 212. }. Di tal modo si 
magnificano le picciole cose, e si crede ren- 
dere onore alla Patria a spese del vero ! 

Egli è oggimai abbastanza noto per Y au- 
torità di Plinio ( H. N. lib ri. c. 7. ) e de’ 
monumenti, che Juno presso i Romani, oltre 



99 

la significazione di una delle Deità maggiori, 
avea ancor quella del Genio che risiedeva in 
ogni donna vivente ; e nella stessa guisa che 
ciascun uomo avea il suo Genio, porzione 
della Deità universale del Mondo , che sta- 
biliva T anima razionale , giusta la dottrina 
di Varrone riferita da S. Agostino ( De c'w. 
Dei L. vii . c. 2, 3. ); così ciascuna donna avea 
la sua Giunone. Perciò vediamo frequente- 
mente nelle medaglie Genio Augusti 9 e Ju - 
noni Augustae , e nelle lapidi Gruteriane , 
Junoni Juliae , ovvero Juniae 9 Claudiae , 
Torquatae 9 ed anche Junonibus Juliae et 
Sextiliae ( pcig. iizf* e P* 2 5 . n * 9- IO * 

ii. ed altri) e i Genii, e le Giunoni con- 
fuse co’ Mani in Fabbretti (pcig. 78. e seg. ) ; 
e i Genii de' luoghi , delle corporazioni e 
delle cose, in tante iscrizioni, e scrittori di 
versi e di prosa. La Cornelia della nostra epi- 
grafe sembra esser stata la padrona di Alba- 
no ; il quale era Dispensatovi cioè Speudi- 
tore o Fattore della Gasa in cui Cornelia era 
maritata; e molto probabilmente costui era 
un semplice schiavo o servo ; che se fosse 
stato liberto non avrebbe mancato di farsi 
onore di un prenome e cognome, invece del 
solo patronimico proprio de' servi. Oltreché 
il suo ufiicio sembra fosse generalmente ser- 
vile; avvegnaché il Fabbretti (p. 295.) alcuno 
ne annoveri che sembra non appartenesse a 



100 

tale condizione ; diffatti si legge ; Partìieno - 
peus Dispensator Verna in Reinesio, ed Eu- 
tichus Servus Dispensator in Boissardo , e 
Victorinus Servus Dispensator nel Muratori. 
Finalmente era proprio de* sudditi e de* servi 
di venerare i Genii de* loro sovrani e signo- 
ri ; onde Giovenale ( Sat . 11. 98. ) 

Et per Junonem Domini jurante ministro . 

Sicché nel caso nostro la sigla N. non vuole 
interpretarsi pel prenome di Albano, il quale 
come servo ne doveva esser privo; ma piut- 
tosto deve leggersi Nostrae , intendendosi, 
secondo V uso de* tempi , Dominae. Conse- 
guentemente T epigrafe dovrà interpretarsi con 
tutta sicurezza ; 

Al Genio di Cornelia nostra (padrona) 
Albano Fattore ( pose questa memoria 
donano , o altro che ) 

Num. 28, 

M. DOMITIYS . M. F. FRISCVS 
Q. A. IIIIYIR . A. P. AVGVR. DD 
GRATVITVS . PODIVM 
C V M . LORICA . ET . ADITYS . YIVOS 
FECIT. 

Tutte le cose che in questa iscrizione si 
dicono esser state fatte da Domizio Prisco 
Questore dell’ Erario ( Q. A. ) Quadrumviro 



io; 

con podestà di Edile (TIIIVIR . A,P.) ed Au- 
gare gratuito per decreto de'Decurioni (D. D); 
cioè un Podio colla Lorica e V adito , dal 
nostro Capsoni si pretendono relative alP An- 
fiteatro ticinese; la cui esistenza sarebbe af- 
fatto aerea ove si trovasse appoggiata a que- 
sto solo documento. Perocché la frase colla 
quale termina Vivos fecit , dimostra eviden- 
temente, trattarsi in esso del luogo di suo 
ultimo riposo; dove potevano aver luogo co- 
modamente un Podio , cioè un parapetto; la 
Lorica , ossia un argine o siepe all’ intorno ; 
non meno che gli Aditi , che erano gP in- 
gressi, o piuttosto il diritto di passaggio per 
entrarvi ed uscire sui fondi circostanti. 

Ammesso che V epigrafe sia di origine ti- 
cinese , poiché a tempo dello Spelta che la 
riporta ( Pavia trionf. pag. 80. ) trovavasi in- 
castrata nel muro della Cattedrale vicino al 
coro di S. Stefano; la parte più importante 
per la storia patria , sono le cariche delie 
quali era insignito il suo autore; le quali in- 
dicano tutte le magistrature che costituivano 
un grande Municipio attempi romani. In ispe- 
cial modo poi Y Augurato , carica assai deli- 
cata ed importante, cui nominava il Senato 
Municipale ossia i Decurioni , siccome appare 
da altre lapidi; sebbene gli Scrittori classici 
non ne facciali menzione fuori di quelli di 
Iloma ; nominati direttamente dagli mperadori. 



102 

Oltreché il nostro Domizio Prisco era stato 
onorato di quel Sacerdozio con esenzione dalle 
solite spese; circostanza che lo fa vedere assai 
benemerito della patria, onde non si lasciava 
giammai di accennare. 

Nurn. 29. 

YITELLIAE 
C. F. RVFILLAE 
C. SALVI . LIBERALIS . COS 
FLAMINI . SALYTIS . AYG. MATRI 
OPTVMAE 

G. SALVIVS . VITELLI ANVS . VIYOS 



Il Grutero riporta questa iscrizione come 
esistente Salviani ditionìs Ticinensis (F. 1023. 
n. 6 . ) , luogo che il nostro storico interpreta 
subito per Semiana, o Semignaga, che dice 
essere borgo antico in Lumellina ( p . 241. ). 
Egli è però questo uno degli abbagli di cui 
presta tanti altri esempi il Tesoro del Gru- 
tero } il quale avendo letto nelle schede del- 
r Orsini Salviani o altro simile nome, vi ha 
aggiunto^ forse per altro equivoco , ditionis 
ticinensis . È di fatto che V epitafio trovasi 
anche in oggi esistere ad Urbisaglia, antica- 
mente JJrbs Salvia , luogo dell 5 antico Piceno, 
ora Marca di Ancona , ricordato anche da Pii- 



103 

ilio. Esso fu posto da C. Salvio Vitelliano 
all* ottima sua madre Vitellia II ufill a moglie 
di G. Salvio Liberale Console , e Flamine 
della Salute Augusta. 

Un G. Salvio Liberale per autorità di Sve- 
tonio (In Vesp. i 3 . ) e di Plinio Junone (L. 3. 
ep. 9 . ), fu valente patrocinatore in Roma; e 
non dubito che lo stesso , con aggiunti i 
nomi di Nonio e Basso, fosse aggregato al 
collegio de* Frati Arvali per ordine dell' Im- 
peratore Vespasiano alle calende di Marzo 
ceH’anno di Roma 83 1 . delPera cristiana 73 . 
cune dal frammento di quegli atti che ri- 
porta il Muratori (p. 583. ). Nè questi però 
nè altri dello stesso nome appare ne’ FasLi 
Corsolari fino a noi pervenuti : perciò il 
Capponi , senza neppur darne avviso ; lo spo- 
glia addirittura di quella carica, sostituendo 
nella lapide gruteriana alla sigla COS. quella 
di GGl. che interpreta Conjunx } riferendola 
alla donna ; quindi parola superflua , e frase 
contraria allo stile migliore, essendo sufficiente 
il nome in secondo caso del marito ad indi- 
care la moglie. Anche senza partecipare poi 
all" opinione del Fabbretti ( CL x. p. 44 °* ) 
del Chimentello ( De hon. Bisell. cap. v. ) e 
del Noris ( Cenot. Pis. diss. j. c. 3. ) intorno 
a Consoli delle Colonie e de* Municipii ; egli 
è abbastanza noto di quanti Consoli suffetti 
sieno mancanti i Fasti romani finor conosciuti; 



io4 

e si attende perciò il gran lavoro che su di 
essi sta preparando il dottissimo nostro Bor- 
ghesi , onde correggerli ed accrescerli di un 
gran numero di nomi, fra quali probabilmente 
può aver luogo anche codesto personaggio rag- 
guardevole, e pel nobile suo ardimento lodato 
dallo stesso Impera dorè. Pretende inoltre il 
Gapsoni, che il Sacerdozio accennato nella la- 
pide debba riferirsi a Vitellia piuttosto che 
al marito , interpretando la parola [lamini , 
come abbreviatura di Flaminicae ; ciò ciu 
sarebbe ancora contrario all' uso delle abbre- 
viature cbe cadono d’ ordinario sulla conso- 
nante , e si sarebbe scritto Flam. o Flaiii- 
nic. ma non Flamini ; la qual parola si ^ede 
esservi stata posta per intiero , appunto per 
iscansare V equivoco. Sarebbe inoltre poco 
conforme allo stile, che avrebbe voluto ac- 
cennarsi quella onoranza subito dopo il nome 
di lei. Finalmente gli Scrittori ci dicoro quel 
Sacerdozio essere stato proprio agli uomini 
soltanto ; e che Flaminiche si chiamavano le 
loro mogli, le quali dovevano prender parte 
nelle sacre funzioni decloro mariti: avvegna- 
ché le lapidi alcune ne accennino che forse 
lo hanno tenuto da sole. 



10 j 



Num. 3 o. 



ATTI A . M. F. 
SECVNDA 
SIRI . ET 
C. CAMILLTO 
C. L. CORVMBO 
INFR. P. XX 
INAG. P. XXX 



JPer testimonianza del Capsoni ( T. i.p. a 33 .) 
questo marmo venne momentaneamente alla 
luce nella fabbrica del Duomo T anno 1754. 
ma fu nuovamente sepolto ne J fondamenti di 
quella Chiesa, Nel breve intervallo fu co- 
piata dall" Ingegnere Gaetano fratello del no- 
stro Storico. Nulla può asserirsi intorno a 
due personaggi ivi nominati; Attia Seconda 
di condizione ingenua autrice del sepolcro, 
e C. Camillio liberto col nome servile di 
K opvpfiog , ricciuto , cui seco Y avea de- 
stinato. 



I0O 



Nani. 3i. 

D. M. CAECILI . VÀLÈNTINI 
OPT. SPEI . LEG, XIII. CONS 



Lapide in oggi smarrita , ma riportata dal 
Gualla, dallo Spelta, e più modernamente 
dal Benedettino P. Beretta comunicata al Mu- 
ratori , il quale Y ha compresa nella sua Col- 
lezione ( p . 800. n. 6. ) y soggiungendovi aver 
sospetto di mutilazione ; mentre all' elogio 
optimae spei , sembra dovesse precedere Ju~ 
•veni, o altra parola consimile ; e la sigla 
CONS. non potersi spiegare per Consularis , 
titolo ignoto alle Legioni ; esser perciò ne- 
cessario di legger Conscriptus , parola aneli’ es- 
sa peregrina alle antiche iscrizioni ; o ricor- 
rere a qualche espressione susseguente, e 
mancante per mutilazione del sasso. Pruden- 
temente fin qui il dottissimo Muratori. Ma 
lo Storico nostro taglia francamente il nodo, 
sostituendo alla sigla CONS. quella di GEM. 
che interpreta Geminae titolo frequente a 
quella legione; e facendo in tal modo dise- 
gnare P epigrafe. ( T. 1. Tue. in. n . 8. ) Ar- 
roganza per verità di cui nulla v’ ha di più 
biasimevole nella repubblica delle lettere, e 
specialmente nell’ Archeologia e nella Storia! 



La Iscrizione è affatto regolare ed intiera, 
siccome appresso vedremo ; ma se anche vi 
avessero errori , che pur troppo tanti se 
ne incontrano nelle antiche epigrafi ; siamo 
perciò noi autorizzati a mutarli ed a violare 
T integrità e la fede de’ vetusti monumenti ? 
Oltre di che non si tratta qui di errori, e 
molto meno di mutilazione , ma di solo dif- 
fetto in chi ha preteso d* interpretarla. Cia- 
scuno vede abbastanza, che la parola optimae 
spci , aggiunto ad un nome può stare benis- 
simo senza il juvenij e volendovelo anche 
trovare colla solita sua sigla , della quale il 
nostro Labus con tanto senno e dottrina ha 
cresciuto il catalogo delle Note latine , con 
quella sua Dissertazione intorno al marmo di 
Giulio Ingenuo ( Mil. 1827.); un puntino, 
forse sfuggito al primo copiatore, ne basta 
avanti Y ultima I. di Valentini ; tanto piu 
che in allora si avrebbe Y abbreviatura di 
Valentinùmi , che vie meglio vi addice a 
quel nome. Nel quanto poi della sigla GONS, 
la fretta con che il gran Muratori compilava 
la sua raccolta , non gli ha fatto venir in 
mente potersi interpretare in altro modo fuori 
di Consularis , e riflettere che tale non era 
ne* tempi migliori la sigla ordinaria di quella 
parola; peggio poi di Conscriptus . Abbiamo 
però f epiteto Constcìns , tutto proprio ad 
un corpo militare; e del quale C. Vesyio 



io8 

militante leg. vm. Aug . Pia Fideli s CON - 
STANS Commoda cognominata est , sic- 
come si esprime un epigrafe urbinate riferita 
dal Grutero (p. 485. 8.) e dalFabbretti (p,6 65.) 
E qualche altro monumento , siccome una 
Gemma del Museo Fiorentino ( Tom . jj. tab . 
19. ) all" XI, ed altri ad altre Legioni ; uni- 
scono i loro titoli colle iniziali C. P. F. le 
quali non dubitiamo doversi leggere Constans 
Pia Fidelis. E il nostro marmo acquista un 
pregio maggiore, per averci conservato un 
nuovo titolo di cui andava giustamente fa- 
stosa la XII. Legione romana; se pure V ori- 
ginale non avesse piuttosto la Vili, che ab- 
biamo di sopra accennata ; e non fosse per av- 
ventura occorso F equivoco di leggere un X. 
invece di un V. 

Num. 3 a. 

L. CÀRVILIO . C. F 
ANNIA . . . PATRI 



Frammento in oggi non più leggibile, che 
con altre antiche lapidi e sculture in istato 
peggiore, trovasi a"’ piedi della gran Torre ac- 
canto il Duomo; edifizio importante per Y an- 
tichità e per V architettura , al quale non si 



109 

sa comprendere, come non abbiano rivolte 
le loro osservazioni gli eruditissimi sigg. Sac- 
elli illustratori de" patri i monumenti architet- 
tonici. 

Num. 33. 

L. VALERIYS . T. L 
DERCO . VI. VIR 
SIRI . ET . BADIAE . MATRI 
ET . L. SEXTILIO . TU ILO D AM 
ET . L. VALERIO . EROTI 
CONLIBERTO . ET 
VALERI AE . TESBIAI 
CONLIB. ET 
CALVIAE . SECVND 
ET . CLARO . L 
T. F. I. 

È assai curiosa la trasmigrazione di questo 
marmo; le schede di Ciriaco Anconitano lo 
riferiscono Laude Pompeja in Cathedrali ad 
scalasi le Farnesiane e le Vaticane Ticini ; 
le Muratoriane Mediolani in Broleto', ed il 
nostro Capsoni dice trovarsi di nuovo in Lodi 
nell’ Ospedale ; dove è stato da lui copiato 
sull 3 originale , correggendo alcune varianti 
delle precedenti edizioni. 

Per esso appare qualmente Dercone li- 
berto della Gente Valeria e Sestumviro Au- 



110 

gustale, ordinasse col suo Testamento ( T. F. L 
Testamento fieri jussit ) un sepolcro per se , 
e per sua madre Badia, per L. Sestilio Filo- 
damo , per i suoi Conliberti Erote e Tesbia ; 
e per Calvia Secondina, e per Claro suo li- 
berto. Quindi la grande estensione e potenza 
in questi d'intorni della Gente Valeria, della 
quale tante memorie hanno durato alle infi- 
nite distruzioni del tempo e dell’ ignoranza. 

Num. 34. 

OCT. VALERI ÀE 
AFRAE . C. AVR. SE 
CV3NDIN. V. C. CON. ET 
BER NEM 



XJrna sepolcrale già esistente nella Chiesa 
della Trinità, ove trovavasi fino a' tempi del- 
T Appiano ; Grutero e Muratori la riferirono 
nelle loro Collezioni con qualche diversità ; 
fu trasportata nel giardino del collegio Ghis- 
lieri per farne una vasca di fontana; dove 
si è creduto opportuno di radervi quelle let- 
tere troppo antiche ! Il Capsoni ( T i.p. 232. ) 
Y interpreta come posta da C. Aurelio Se- 
condino ad Ottavia Valeria Afra sua moglie 
ed erede; quasiché il morto dovesse essere 
1 * erede del vivo ; e soggiunse le solite eru- 



1 1 1 

dizioni intorno al diritto che aveano le mo- 
gli sull’eredità maritale. Al contrario il vero 
senso è che il nominato Secondino uomo cla- 
rissimo ( V. C. ) pose cpiesta memoria a sua 
moglie della quale era stato erede. 

Se pure vi ha alcuna cosa di osservabile 
in codest* epigrafe , sembra essere il titolo di 
Vir Claris simus dato dall’ Autore a se stesso, 
siccome dovutogli per V eminente carica di 
cui esser dovea rivestito , senza comunicarlo 
a sua moglie, che pure avrebbe dovuto es- 
serne partecipe , cd essere perciò aneli’ essa 
denominata Clarissima Fcmina ( C. F. ). La 
qual cosa unita a quel suo cognome di Afm> 
ci fa dubitare esser lei stata di condizione 
libertina , o almeno di nazione straniera ; sic- 
ché giusta la legge , vigente ancora a’ tempi 
di Giustiniano, non poteva considerarsi in- 
tieramente moglie legale ? e partecipare ai 
titoli del marito. 



1 12 



Num. 35. 

L. FLAVI 
GENIALIS 
VI . VIRI 

(sic) AMICO. OPT. ET 
C. PETRONII 
THREPTIONIS 
PRIVI G. PUS 

Il Capsoni ( T. i. p. 233 . ) suppone cpiesto 
marmo, in oggi smarrito, esser mutilo, pel 
solo motivo di mancarvi il nome di chi lo 
pose all' amico ed al figliastro; la qual cosa 
sebbene in oggi fosse troppo disdicevole in 
un titolo sepolcrale, frequentissimi esempi se 
ne hanno fra gli antichi. Presso di essi i se- 
polcri erano in luoghi privati , e per lo più 
vi aveano altre lapidi portanti i nomi de' pro- 
prietari ed autori de' medesimi; sicché troppo 
facile era il conoscerli, senza che in tutte 
vi fosse espressamente dichiarato. La carica 
di Sestumviro che vestiva L. Flavio Geniale, 
piuttosto che giudicarla magistratura civile 
cioè municipale, siccome vorrebbe il sullodato 
storico , sembra più probabile fosse quella 
degli Augustali del pari che Valerio Dercone, 
che abbiamo veduto di sopra (al n. 33 ); 
perocché altre lapidi ne mostrano la magi- 



1 13 

stiratura ordinaria di Papia Ticino essere stata 
quella de' Quadrumviri. Tanto più che quel- 
T ottimo amico, sembra fosse di condizione 
libertina, siccome lo era quasi di certo il 
figliastro Petronio, per quel suo cognome gre- 
canico , che s'interpreta ajo, o educatore, 
da jj£(po , alo . 



Num. 36 . 



D1S. MANIBVS 
L. POJNT. G. F. MELL 
L. PONTIVS 
EVTYCHVS 
SIBI 



A.nche la famiglia dell' infame Procuratore 
della Giudea, che fino dalFanno di Poma 664 
si vede ascritta alla Tribù Papia , come da 
un epigrafe gruteriana ( /?. 1042. i3. ) ebbe 
alcun ramo in queste contrade , il cui co- 
gnome non si conosce che per le prime let- 
tere MELL, le quali potrebbero significare 
Niella , Mellitus , Niellai ius , Mellanus\ ma 
non mai MELA, siccome arbitrariamente il 
nostro Storico ha mutata quella sigla ( /. c. 
P • sH. ) , la quale nel modo sopra indicato 
vedesi nelle schede dell' Appiano , che solo 
ne trasse copia dall' originale , a tempo suo 

8 



“4 

esistente nella Chiesa della Trinità , e quindi 
inserita nel Grutero ( p . 885. 6. ). Pretende 
inoltre il Capsoni, che il liberto Ponzio Eu- 
tiche (Fortunato) autore di questa memoria, 
oltre a quelli del Padrone la consecrasse an- 
che a propri Mani; quasiché la formola Diis 
manìbus y non si usasse parlando di una sola 
persona. La parola poi sibi, indica aver lui 
vivente destinato il sepolcro anche per se 
stesso; senza far motto d e Mani propri , cosa 
affatto sconosciuta all’antica superstizione, per 
quanto fosse in questa parte incerta e dub- 
biosa. La qual cosa abbastanza palese, ci piace 
di raffermare con una delle due lapidi ulti- 
mamente trovate presso le demolite mura di 
Torino; e che il eh. Gav. di S. Quintino ha 
tosto pubblicate nell’ appendice alla Gazzetta 
piemontese ( 6. Marzo i83o. ) 

y.F. SEVDO 
ÀÉLIANVS 
SIBI . ET . D. K 
ÀTILIAE 
CHR1STES 
CONIVGIS 
CARISSIMAE. 

dove si veggono i Mani attribuiti soltanto 
alla defunta sposa, e non già a se stesso. 



1 i J 



Num. 37. 



VALERI AE 
PATRVINI . L 
TYCHE . MO 
P. VALERI VS 
SEVERVS 



J_j non poco deplorabile la perdita di questo 
bel monumento già esistente in S. Giovanni 
Domnarum , e riferito dal Grutero ( p . 999. 
n. 5 . ) di cui si preferisce T apografo, mutato 
al solito dal Capsoni specialmente nelle figo- 
re. Perocché oltre alcune sculture, onde si 
potrebbe rilevare alcun utile significato ; con- 
serva memoria di P. Valerio Patruino, pro- 
babilmente lo stesso che fu collega all’ Imp. 
Domiziano nel Consolato, Fanno 835 . di Ro- 
ma (82. dell’ e. v. ) siccome rilevasi da un 
Decreto in tavola di bronzo, dallo stesso Au- 
gusto diretto a Quadrumviri e Decurioni Fa- 
leriensi, discoperto in Falerona antica città 
del Piceno , e riportato nel Tesoro gruteriano 
( p. 1081. n. 2. ) Però il costui nome manca 
ne’ Fasti, per esser forse stato uno de’ Suf- 
fetti; nel qual caso non si comprende, come 
nel citato Decreto, tenga luogo fra gli epo- 
nimi; per la qual cosa i moderni Fastografi, 



1 16 

non avranno finora reputata sufficiente 1* au- 
torità di quel bronzo per inserirvelo; e qual- 
che maggior peso gli potrebbe derivare dal 
nostro marmo. 

Non dubitiamo che anche P. Valerio Se- 
vero autore del titolo non fosse originario 

o 

d' alcun liberto della stessa famiglia > della 
quale era liberta Tiche, ossia Fortunata, a 
cui Mani 1* avea consacrato. E la circostanza 
di aver posto il cognome piuttosto che il 
prenome del Patrono , ci conferma nell 5 opi- 
nione , esser stato quest’ uomo di alto affare 
e noto ne 5 Fasti romani , secondo la dottrina 
che abbiam disputata di sopra ( al n. 4« )• La 
sigla MO. siamo d’ avviso doversi separare 
in due iniziali distinte, e leggersi Mulieri 
oj?timae m v sapendosi che Mulier usavasi da’ 
Latini anche nel significato di moglie. 



1 1 7 



Num. 38 . 





« 


i 




e 

a 




y. f 


e 

0 

e 




L* ALBVCIVS- 1/ L 


0 

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IN FRONT 


TR.OPII1MVS • SIBI 


© 

e 


P- LXXXXVI 


ET • FV LEONI A E 


© 

O 

© 


INAG- P- XGI 


MNESIPPAE 


<•> 

e 


H- M- II- N- S 


CONIVGI * OPTIM 


© 






© 

© 





Il Muratori (p. 1393. ) il quale riporta que- 
sto marmo opistografo sulla fede del Prof. 
Gatti che glie ne spedì copia, muta il nome 
della donna in quello di Filloma Mnesitia , 
formando una Gente romana , ed un cogno- 
me , che forse non hanno esistito giammai 5 
su di che venne corretto dal P. Zaccaria 
(l. c. p. 2, 11.) ; il quale dice averla personal- 
mente copiata dall' originale in allora presso 
i Marchesi Bellisomi. Il Capsoni nel testo 
(p- a 36 . ) la riporta fedelmente, ma nella 
tavola vi cangia I ultima L della prima linea 
in un F , facendo figlio ed ingenuo, chi non 
era che servo e liberto. La qual condizione 
si fa palese anche da quel suo cognome di 



1 13 

Trofimo , che abbiamo altre volte osservato 
nelle nostre lapidi. Similmente il nome della 
donna , cui il marito destinò seco un* area 
sepolcrale così vasta, deriva dal greco pvaopai 
recordor } facendole onore della facoltà di cui 
godeva forse in modo distinto ; o piuttosto 
da fivr.oTEVQ ambio nuptias ; siccome è pro- 
prio delle fanciulle. 

Num. 39 . 

V. F. 

L. MESTRIVS . HIERONYMVS . SIBI . ET 
MINICIAE . CÀRPINAE . CONIVGI . OPT 
QVAE . VIXIT . ANN. XIX. 

JNj*on è a dubitarsi che questa e la prece- 
dente iscrizione non sieno dello stesso tempo, 
ed opera dello stesso scrittore, e forse dello 
stesso quadratalo, specialmente per la rarità 
della sigla V. F. ( vivens fecit ) onde son 
precedute ambedue, e per le identiche pa- 
role ugualmente disposte. Il cognome sublime 
di Hieronymus ( nome sacro ) non toglie , 
che anche costui non fosse di condizion ser- 
vile fatto libero da uno della gente Mestria 
conosciuta soltanto per le lapidi : così pure 
la moglie Carpina ( fruttifera ) spettante alla 
nobil gente Minicia. 



ATILIAE . M. L1I5 
ELPIDl 

OPTIME . DE . SE 
MERITA E 

M. ATILIVS . EROS 
VI VIR . AVG 
DERTONAE . ET 
I.IBARNAE 
VIVOS . FECIT 

Altra volta in un picciolo lavoro intorno ad 
un'antica epigrafe di Casteggio (Pcwia 1829.) 
abbiamo fatto alcuna parola anche di questa 
non meno importante, incisa in fronte ad 
antico sarcofago, entro il quale per molti 
secoli si sono venerate le reliquie del S. Ve- 
scovo Crespino nella Cattedrale di Pavia ; 
finche nel 1770 dal Vescovo Olivazzi furono 
travasate in altro deposito; e il belìo ed an- 
tico monumento venne donato ai conti Negri 
che il trasportarono alla Torre de' Negri sulla 
riva di Po, dove pochi anni appresso, insie- 
me colla Torre e il Castello venne ingojato 
dal fiume. Per essa si fa noto, qualmente M. 
Atilio Erote Sestumviro Augustale di Tortona 
e di Libarna, facesse fabbricare codest urna 
sepolcrale ad Attilia Elpide sua liberta, alla 



120 

quale era sommamente obbligato. I nomi 
grecanici dell’ uno e dell* altra , significanti 
Amore e Speranza , ne danno argomento di 
lor condizione servile , ancorché questa non si 
vegga espressa che al nome della donna , ed 
egli fosse insignito della carica di Sestumviro 
Augustale in due illustri città ; sapendosi 
abbastanza quella carica esser stata le più 
volte coperta da persone di simile condizione. 

Ciò che di maggior momento si reputa in 
questa epigrafe sono i nomi delle due città; 
di Dertona , ora Tortona già Colonia romana; 
e di Libarmi , già da molti secoli distrutta , 
e della quale fino a* dì nostri si è rimasti 
incerti intorno alla vera situazione. Ma il 
dotto Canonico Botazzi illustratore delle an- 
tichità tortonesi, colle diligenti osservazioni 
da lui pubblicate intorno ad antichi vestigi 
e rottami , ha mostrato coni’ essa trovavasi 
nella stessa provincia tortonese sulla sinistra 
sponda della Scrivia, fra i due odierni borghi 
di Seravalle e di Arquate. Quindi con assai 
maggiore felicità il chiariss. cav. di S. Quin- 
tino nelle sue Osservazioni intorno alV antica 
Colonia di Libarmi , inserite negli atti della 
R. Accademia di Torino ( 1826.), ne fa 
vedere manifestamente V antico Teatro il 
Foro, ed alcuni resti di acquedotti e di altre 
fabbriche pubbliche ; siccome pure alcune 
epigrafi per le quali dimostra, essere stata 



12 I 

aneli’ essa Colonia romana , dove fioriva ed 
era in grande onoranza e ricchezza la famiglia 
Attilia ; di modo che si ha grande fondamento 
di credere, in grazia di essa mutasse ne’ bassi 
tempi 1 antico nome di Libarna in quello di 
Antiria, che vedesi dato al luogo medesimo 
nelle carte del medio evo. 

Alla stessa famiglia, che tanto erasi diffusa 
in codeste bande fin da quando per avventura 
M. Atilio Regolo nel primo suo Consolato 
T anno di Roma 527 diede ai Galli Alani la 
gran sconfitta di Telamona, e poco appresso 
egli stesso li fece alleati de’ Romani , i quali 
presidiaron Clastidio, e vi fermarono sede; 
a questa famiglia spettarono certamente i due 
liberti nominati nell’ urna pavese; come pure 
r Attilia Secondina della lapide di Casteggio 
sovra indicata ; similmente il milanese Attilio 
Massimo che abbiamo veduto nell’ iscrizione 
citata nella nota al n. i3. e TAtilia Criste al 
n. 86. e così moltissime altre, fra le quali 
ci piace ricordare la seguente di Nizza già 
edita con piccola variante dallo Zaccaria ( /. 
c. pag. 53. ); che ignoto testatore, probabil- 
mente della famiglia medesima, fece porre a 
M. Attilio Alpino della Tribù Falerina, ed 
a sei figli di vario prenome e cognome : 



12 , 2 . 



M. ATILIO . L. F. FAL. ALPINO . AED 
ATILIAE . M. F. YEAMONAE 

C. ATILIO . M. F. CVPITO 

L. ATILIO . M. F. ALPINO 

M. ATILIO . M. F. PRISCO 
ATILIAE . M. F. POSILLAE 
ATILIAE . M. F. SECVNDAE 

LICINIAE . C. F. CYPITAE. NEP 
T. F. I. 

Nota > 

Di poche altre lapidi che il Capsoni ri- 
porta, non crediamo conveniente di fare ve- 
rmi esame , siccome quelle eh’ egli stesso 
confessa trovarsi in luoghi, avvegnaché in 
alcuna epoca soggetti a Pavia, in oggi troppo 
a lei stranieri e lontani, quali sono Bassigna- 
na , Breme , Casteggio , e Sesto Calende , per 
poter aver luogo fra quelle ohe per ori- 
gine o per dimora possano considerarsi tici- 
nesi. Nondimeno crediamo conveniente di 
aggiungere in appendice la sullodata epigrafe 
di Casteggio , non tanto per T analogia , 
quanto per le circostanze speciali che si no- 
teranno qui appresso. 



a^mmm 

SOPRA UN’ANTICA LAPIDE 

DI CASTEGGIO. 




1IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIU 

AULÌ A E CF 
SECVNDIN ■ CON 
!V6 CA5TISS IM 
P V D ICISSIM A EQ 

SIBIQVE 0B5EQVENTISSLWAE ! 

QV& VIX IT-SEC * AN N 15 -XVII -M-VII -D -VIH 
C-ATIL-SECVNDI-M* SERRM • LIB -VALERIAi 
K SOCfRORVW-KATMSSlMOR j 

ML A BIKM E M OR 

vi v05 posvir 

l T-IN./V\E.MORUM i:OTvVM ROSAS ET 
AMAR A NT HO ET-E PVLISPERPE TV 0 

-COLLE G -CE NTC N A R-E T > r. 
CONSISTE- N - CLASTIDI- 





AL LETTORE. 



l/N ella prima visita da noi fatta a questo 
monumento, onde ne venne il picciolo lavoro 
pubblicato per queste stampe medesime nel 
1829. non si fece attenzione all’ istromento , 
che si vede con tutta evidenza inciso sul gu- 
scio della cornice, come nell’ unito disegno. 
Perciò il chiariss. sig. D. Elia Giardini Pro- 
fessore emerito di questa I. II. Università ne 
scrisse una gentilissima ed assai erudita let- 
tera alla Dama che gli avea data copia di 
quell’ opuscolo a lei dedicato. Essa gentil- 
mente si compiacque di farne parte all’au- 
tore , il quale si fece premura di recarsi ad 
osservare più sottilmente lo stesso marmo ; 
dove non solo ha rilevata Y Ascia in discor- 
so , ma ben anche ha potuto leggere alquan- 
te parole , che non era giunto a poter dici- 
frare dapprima nell’ epigrafe. Aderendo per- 
• tanto al voto dell’ egregio Collega , ha cre- 
duto conveniente di far riformare il disegno 
del monumento , aggiuntevi le parole nuo- 
vamente lette , nonché V indicato simbolo ; 
sul quale avendo egli esposte alcune dotte 



i a6 

osservazioni , si crede prezzo dell* opera di 
produrre la stessa sua lettera, piuttosto che 
entrare a discutere codesto epigrafico enimma. 
Se non che alle cose per lui discorse vuoisi 
aggiugnere , che il celeberrimo Morcelli , il 
quale per ultimo ha trattato Y argomento 
( De Styl . Inscrìpt . lat . pag . 3^5. ) non du- 
bita, che la quistione non sia stata abbastan- 
za decisa dal MafFei, secondo il quale la 
forinola Sub Ascici de die avi t , ed il simbolo 
che la rappresenta, non altro significa, fuor- 
ché il sepolcro fu destinato nuovo ed intatto , 
ossia appena uscito dall 3 Ascia : o piuttosto 
{ secondo Y idea più semplice ad avviso no- 
stro sempre più probabile ) non affatto ter- 
minato ; ed ancora , siccome noi diressimo , 
sotto il martello , allorché fu compiuto al 
rito di sua consecrazione. La quale interpre- 
tazione crede il Morcelli vieppiù raffermarsi, 
in grazia di una specie di rasiera di bronzo 
per lui osservata nel Museo Kircheriano, e 
giudicata un donario offerto ad alcun tem- 
pio, colla iscrizione SVB ASCIA P. quasi 
volesse significare, che lo strumento fu de- 
dicato al tempio, affatto nuovo, e pria che 
alcuno lo avesse adoperato* 

Non potendo però noi col sommo mae- 
stro restar contenti della maffejana decisione, 
e volendo pure in qual siasi modo servire al 
desiderio , e rispondere all’ onore che ne fa 



1^7 

r egregio nostro Professore Giardini nella sua 
lettera: considerando ai secoli , non meno 
che ai luoghi , ne" quali si vede essere stato 
adottato il costume di codesta forinola e figu- 
ra; e più ancora alla circostanza di vedersi 
nelle lapidi che ne vanno fregiate , il più 
delle volte espressa V età precisa degli anni 
de' mesi de’ giorni e perfino delle ore del 
defunto; osiamo riverentemente proporre una 
nuova opinione; cioè, che siasi voluto allu- 
dere ad alcun tema genetliaco dipendente 
dalle osservazioni astrologiche; le quali sareb- 
be quasi impossibile il poter precisare, nella 
felice ignoranza in che siamo in oggi di quella 
scienza, che ha formato per tanto tempo 
F occupazione e insieme il disonore dell* umana 
ragione. 

La indicata circostanza deir Ascia, non me- 
no che le parole ultimamente scoperte nel- 
P epigrafe di Casteggio , hanno dato luogo 
ad alcune altre riflessioni , non meno che alla 
intiera esclusione del dubbio ( il quale però 
avevamo espresso piuttosto come pio deside- 
rio, che come probabile sentenza ) che le 
persone in essa nominate fossero cristiane , 
secondo V avviso del lodato sig. Professore. 
Quindi n è venuto quasi intieramente rifor- 
mato il primo nostro lavoro intorno a questo 
importante monumento. 



XettetoL r 

DEL SlG. r PROF.e D. ELIA GIÀPtDINI 

ALLA GENTILISSIMA SIGNORA 

DONNA GIULIA VITALI 

!\'ATA CONTESSA TROTTI. 



Liessi con vero piacere l’ erudita memoria a Lei 
meritamente dedicala dal dotto sig. professore Pier 
A ittorio Aldini , colla quale esso si fece ad illustrare 
P epigrafe dell’ antico monumento che trovasi nel di 
Lei giardino di Yillanterio eretto già alla memoria 
d’ Atilia Secondina e de’ suoi genitori. E rendendole 
perciò infinite grazie per avermene graziosamente fa- 
vorita copia, molto più me Le professo tenuto, perchè 
essendomi aneli’ io un tempo occupato per ispiegar 
il senso di tal epigrafe , e non avendo potuto , se 
non in parte riescirvi, desiderai che qualche virtuoso 
Archeologo arrivasse a porla nella sua piena luce. 

Or ecco che il sig. Aldini compì il mio voto , e 
col! aver specialmente esposte le ultime linee dell’ epi- 
grafe venne a dare sicura prova che P antico Clasti - 
dio conserva tuttora la sua geografica posizione 
nell’ attuale Borgo di Casteggio , presso cui era stato 
posto , e trovossi il monumento : che all' epoca del-* 
V Impero Romano quello fu luogo dì grande im- 
portanza per la sua grandezza e popolazione : e 
che in esso poscia furon anche stabiliti que Collegi 



J2(J 

cV Artefici din solamente alle città piu popolose 
potevano per Imperiale privilegio convenire . 

Fra r altre brevi osservazioni poi fatte dal saggio 
Professore sopra tutte le formole e le parole del- 
f iscrizione ella ò veramente notabile quella del fiore 
d’ Amaranto in questa sola epigrafe ed in nessun’ al- 
tra delle sepolcrali , per quanto si sappia, mai nomi- 
nato , onde coronarne in perpetuo il tumulo d’ Alilia 
e consacrarlo all’immortalità. Per tali notizie quindi 
dalla citata epigrafe rilevate e risultanti, benché an- 
cor vi rimanga qualche lacuna , e qualche cosa da 
intendersi e dilucidarsi tanto per la minutezza e 
strana foggia delle lettere, che per le ingiurie del 
tempo corrotte; essa però venne a buon diritto 
pubblicata. 

Avrei però desiderato che quegli che delincò la 
figura del monumento, e la comunicò al dotto Autore 
della Memoria , avesse nel tipo esposta V Ascia , che 
apertamente si scorge sopra la cornice del medesimo 
scolpita, poiché questo misterioso emblema, che pel 
corso di tre secoli e più mise a tortura gli ingegni 
de’ primi Letterati Italiani , e Francesi affine di spie- 
garne il vero significato, serve a render più prezioso 
P antico marmo di Yillanterio. 

Sebbene infatti molte siano le lapidi scoperte, 
sulle quali vedesi delineato il detto simbolico stromento 
colle parole sub ascia dedicavit cd anche solo, doven- 
dosi però sempre sottintendere tale forinola , siccome 
dice il eh. Mazochi; pure egli è dimostralo, che 
questa costumanza fu propria particolarmente della 
Provincia Lionese, e che di là passò alle vicine con- 
trade della Provenza e del Pclfinato, ma che non 



i3o 

era (T origine Romana. Quindi per testimonianza d. \ 
Menetrierio nella sua Storia Consolare un solo marmo 
coll’ ascia trovasi in Roma, altro in Bologna al rife- 
rire del P. Montfaucon, e quattro in tutta la Toscana 
se ne contano secondo il Gori, che sono riportati 
dall’ Ab. Muratori , e questi a giudizio de’ Letterati 
credonsi da attribuirsi a persone delle indicate Galli- 
che proviucie, che morte essendo in Italia siano stale 
sepolte col rito proprio della loro patria. 11 Cippo 
dunque di Viilanterio ha il pregio di essere uno de’ 
pochi rinvenuti in Italia , sui quali affaticarono i più 
sublimi Archeologi , e che tuttora forse lascia a de- 
siderar maggior lume , siccome disse il citato P. 
Montfaueou , per poter definitivamente decidere cosa 
un tal mistico simbolo volesse significare. 

E per verità di trenta e più uomini grandi , tra 
quali il Vossio , il Salmasio , il Mabillone, il Mont- 
faucone, il Facciola ti, il Maffei, il Muratori, F Ensio e 
sopra tutti il Can. Mazochi, che si accinsero a voler- 
ne dare la spiegazione, e che tentarono di comprovare 
con validi argomenti, e documenti le diverse loro opi- 
nioni, chi credette che 1 ascia fosse segno di capitale 
minaccia contro chi osato avesse di violare e distrugger 
il sepolcro: chi per essa intese un ordine dato all’ere- 
de di tener purgato il medesimo da’ sterpi, e dalle spi- 
ne: altri volle che servisse di memoria essersi consacra- 
lo quel luogo con solenne rito , e nulla ommesso alla 
magnificenza del funerale: altri all’opposto che col 
semplice uso dell’ ascia fosse stato costruito il tumulo 
secondo le ristrettezze del patrimonio : chi giudicò 
che il sepolcro fosse stato coperto di tetto per difen- 
derlo dalle ingiurie del tempo, e chi al contrario lo 



i3i 

Volle libero eia ogni ombra, e soltanto esteriormente 
imbiancato : chi finalmente stimò che il simbolo del- 
1* ascia dinotasse esser stato il sepolcro a bella posta 
costruito, o che in esso di fresco compiuto, e puro 
ancora, e nuovo fosse stato deposto il defunto nel-? 
1* epigrafe nominato. 

Se per tanto nel tipo dato al sig. prof. Aldini espres- 
sa si fosse T ascia , io son ben certo , eh* egli col 
suo ingegno e colla sua erudizione avria aggiunto alle 
fatte osservazioni qualche altro lume, nel commento 
pubblicato all* epigrafe di Atilia Secondina. E chi sa 
che trovando egli l’Ascia indubitatamente scolpita sul 
Cippo , non avesse da ciò inferito non esser state 
Cristiane le persone nominate in quell’ epigrafe contro 
il pio suo desiderio, giacché il eh. P. Mabillone nella 
celebre lettera d’ Eusebio Romano scrive , esser egli 
di sentimento , che l’ istromento dell’ Ascia sia stato 
posto solo sui sepolcri de’ Pagani ; e non altrove d’ or- 
dinario, che nelle Gallie e specialmente nella Celtica. 

Giacche dunque mercè 1* opera e lo studio del 
saggio prof. Aldini si rese pubblico questo pregievole 
monumento posseduto dal sig. D. Galeazzo in Vili an- 
terio, io appella posso dopo la grave sofferta malattia 
dar mano alla penna , mi piglio la libertà di scriver 
questa mia a Lei, gentilissima Dama, affinchè al pre- 
ciso luogo dell’ inciso tipo del monumento aggiunger 
si faccia l’emblema dell’Ascia, cosa tanto interessante, 
sicché dovendosi ad altra occasione tirarne delle im- 
magini , queste sian più perfette e compiute, e far 
possano testimonianza agl’ intelligenti della rarità del 
marmo scoperto presso Casteggio ed esistente nel 
giardino di yillanterio. 



9 



i3a 

E siccome tra i sopra indicati Scrittori ed Archeo- 
logi havvi disparere anche sulla qualità dell' Ascia per 
la diversità delle forme rilevate dai differenti antichi 
marmi, volendo altri, che sia quella usata per spia- 
nare i legni Usuaria: altri quella da scavare la terra 
fossoria: altri quella da macerar la calce strucloria : 
altri per ultimo la lapidaria propria a levigare i 
marmi; per ciò sarà necessario, che esattamente que- 
sta del Cippo di Atilia venga sul luogo copiata. Lo 
schizzo da me ricavato è il presente ( V» il disegno ) 
che propriamente pare corrispondere all’ Ascia stru - 
cloria del Mazochi ; ma d’ un lavoro da me , qua- 
rant* anni sono forse , eseguito sollecitamente, non mi 
fido abbastanza. 

Si degni d’ aggradire V. S. Ill. ma queste notizie , 
che io le presento pel desiderio che nutro di dare 
un attestato della mia verace premura per tutto ciò 
che risguarda la degnissima famiglia Vitali, e della 
singolare stima, e profondo rispetto onde mi professo 

Di Lei Gentilissima Dama 
Pavia li 2. Ottobre 1829* 



Divot. mo Ohb. mo Servitore 

ELIA GIARDINI 



1 33 



SOPRA UN' ANTICA EPIGRAFE 

DI CASTEGGIO. 



Che Casteggio nobile Terra già nel princi- 
pato pavese, ed ora della provincia di Vo- 
ghera in quello di Piemonte, fosse V antico 
Clastidium , celebre nelle storie per la bat- 
taglia de Romani contro gP Insubri e gli al- 
tri Galli cisalpini, e pel trionfo del Console 
Marcello, che nel 53 1. di Roma, spolia opi- 
ma retulit duce hostium Virdumaro ad Cla- 
stidium interfecto: ( Fast . Capit . ap. Gruter . 
pag> 297. ) argomentavasi per V allinità del 
nome ; per la tradizione e per tali altre con- 
getture. Se non che alcun ostacolo faceva , 
quanto dice T. Livio ( Lib. xxxn. ) ove as- 
sicura Glastidio e Litubio, appartenere alla 
regione de 5 Liguri , alla quale davasi confine 
il fiume Iria, oggi Scrivia, che scorre molto 
al di sopra dell* odierno. Casteggio Sebbene 
altrove lo stesso Storico ( Lib, xxix. ) sem- 
bra supporre questo luogo, essere entro i 
confini della Gallia, ossia della parte non 
compresa nella speciale denominazione d* In- 
subria : situazione attribuitagli anche da Plu- 
tarco nella vita di Marcello ; e da Cornelio 
Nipote in quella di Annibaie, che lo dice 



1 54 

opud Padum. Dopo que* primi avvenimenti, 
il medesimo Livio nomina Clastidio all'occa- 
sione , che venne incendiato nella guerra 
colla quale, un secolo appresso, fu definiti- 
vamente sommessa all* impero della Repub- 
blica tutta la Gallia di qua dell’ Alpi. Dietro 
di che la Storia non ebbe più occasione di 
farne cenno, nè Plinio, nè gli antichi Geo- 
grafi , nè verun altro scrittore , o antico mo- 
numento finor conosciuto, ne fanno più men- 
zione , compresa la stessa tavola peutingeriana, 
che pur segna non pochi paesi all’intorno di 
assai minor conto. Talmente che si direbbe 
essere rimasto affatto distrutto nell’ indicato 
incendio ; ovvero il fosse stato ne’ successivi 
rivolgimenti cui andaron soggette codeste 
contrade, onde intieramente scomparvero Iria 
ed Industria, e soprattutto Libarna, delle 
quali non rimangono che troppo scarsi vestigi 
ad esercitare gli studi de’ più diligenti Ar- 
cheologi. Dopo il corso di circa dodici secoli, 
si vede di nuovo ricomparire il nome di 
Clastidio nelle pergamene; fra le quali la 
tavola corografica della biblioteca Estense 
citata dal Capsoni ( Tom. i. pag. 177. not.) 
d’ onde però non consta aver coll’ odierno 
(tasteggio conservata l’antica posizione: pe- 
rocché moltissimi paesi che ritengono ancora 
1’ antico nome f hanno mutato il luogo ove 
si trova van dapprima. 



i3S 

Alle quali dubbierò ha provveduto la 
fortuna, non meno che la diligenza e 1* amore 
alle lettere del nob. D. Galeazzo Vitali dì 
Pavia, il quale già 40. e piu anni, facendo 
scavare un pozzo in una sua casa posta nel 
sobborgo di quella terra sulla riva del tor- 
rente Copa; frammezzo a rottami di antichi 
muri, rinvenne il marmo sepolcrale , del 
quale diamo qui unita la figura diligente- 
mente in ogni sua parte delineata , ad una 
profondità non minore di tre metri. Circo- 
stanza notabile, che toglie ogni dubbio di 
esservi stato trasportato da altre parti, ed 
in altro tempo dalla sua prima erezione ; e 
dimostra Y alzamento del suolo, nel giro di 
14. o i 5 . secoli in quella situazione posta a 
piedi il colle , ov* ergevasi anticamente Gla- 
stidio ; essendo abbastanza noto, che il se- 
polcro, giusta T antica legge, non potevasi 
fabbricare entro il suo recinto. 

Questo Cippo funerario in bianco marmo, 
collocato sopra base proporzionata , e coro- 
nato di bel finimento piramidale , secondo 
P uso antichissimo de^ popoli e specialmente 
degli Etruschi ; il quale accenna anche al 
modo , ond* erano in origine terminati simili 
monumenti sepolcrali , la gran parte de’ quali 
non durarono sino a noi, che nella sola parte 
contenente 1* epigrafe : le belle sue forme 
materiali, oltre Y antichità, il fecero morite- 



i3 6 

vole di decorare il giardino , che il lodato 
Cavaliere ha aggiunto al suo Villanterio sul- 
r amena riva del Lambro ; dove fra la va- 
rietà de* boschetti delle fonti e delle isolette 
sparse di sepolcreti di antica forma , di scul- 
ture e di eleganti delubri, fa bella mostra 
codesto interessante ed originale monumento 
della veneranda antichità. 

La difficoltà di leggerlo, fuori delle pri- 
me linee ? la strana foggia de* caratteri poco 
incavati, in gran parte logori ed estrema- 
mente fra loro serrati , i quali molto si av- 
vicinano a quelli de 5 Codici del VI. e del 
VII. secolo y lo hanno fatto sfuggire finora 
le osservazioni de 3 dotti , che non di rado 
convengono alla villa ospitale. Ho perciò la 
soddisfazione di produrlo pel primo alla luce. 
Così mi fosse dato sperare di potergli fare 
un corrispondente commento ! 

Perocché quasi piccola fiaccola frammezzo 
P oscurità di tanti secoli esso ne fa accorti 
della continua esistenza dell 3 antico Glastidio, 
e ne assicura che non venne intieramente 
giammai distrutto , e come anche in oggi nel 
paese di Casteggio conservi col nome V antica 
sua posizione. Come altresì all 3 epoca dell 3 Im- 
pero romano egli fosse ancora Città, o al- 
meno luogo di grande importanza; non solo 
come posto militare, siccome ne accertavano 
le succitate classiche testimonianze , ma anche 



i3 7 

per la sua civile grandezza e popolazione. 
Che sebbene da T. Livio sia denominato Op- 
pidum , e Polibio lo dica IIo/Uc ( Lib. u. 34- 
e in. 69. ) cioè Città, o piazza forte; e sia 
noto pel detto dello stesso Livio, dugento 
e più anni prima dell’ era nostra , esservi 
stati i grandi magazzini, onde si approvisio- 
nava Y armata romana , e poscia quella di 
Annibaie; dal nostro marmo rilevasi inoltre, 
esservi posteriormente stati stabiliti que* Col- 
legi di artefici , che solamente a* luoghi as- 
sai popolosi potevano convenire : essendo essi 
corporazioni assai numerose, istituite con so- 
vrano privilegio, aventi particolari statuti, e 
quasi formanti altrettante repubbliche. 

L' Epitaffio sente pur troppo dello sca- 
dimento de"’ tempi, ancorché la forma de' ca- 
ratteri , T ortografia , e la triplice lode su- 
perlativa così lontana dalla semplicità e buon 
gusto dell' età migliore, noi dimostrassero evi- 
dentemente appartenente al 1IL, o piuttosto 
al IV*. secolo dell* era cristiana. Però in £e- 
nerale vi si osservano le ordinarie regole epi- 
grafiche, ed i modi latini, acquali crediamo 
perciò di doverci tenere nel supplire alle 
poche lacune per noi illegibili, che tr.ttor 
vi rimangono: 



( Diis Manìbus ) 

ÀTILIAE Cai Filiae 
SECVNDINae CON 
IVGi CASTISSIMA 
PVDICISSIMAEQue 

SIBIQVE OPSEQVENTISSIMAE 

QVAE SEGum VIXit ANnos XVII. Menses VII. Dies VII. 

ET Cai ATILi SECYNDi Marci SERRANI. LIBertì ET VALERIA 
NAE SOGERORVM KARISSIMORum 

Marcus LÀBIKius MEMOR 

TIVOS POSVIT 

ET IN MEMORIAM EORVM ROSIS ET 
AMARANTHO ET EPVLIS PERPETVO ( parentari 
jussit ) COLLEGiis GENTONARiorum ET ( labrum ) 
OONSISTENtium GLASTIDI. 

Moltissime lapidi attestano T esistenza in 
codeste parti di non poche diramazioni della 
nobilissima Gente Romana Attilia, di cui alcu- 
na cosa dicemmo nella nostra esercitazione 
intorno all" epigrafe pavese , già esistente 
nel sarcofago della Liberta Attilia Lipide 
( Num. 40. ) Fra il gran numero di famiglie 
ond 9 essa era divisa , de* Bulbi , de* Colatini y 
e de 9 famosi Regoli 5 e di tante altre ; prin- 
cipalissima appare per le storie per le me- 
daglie e per altri monumenti quella de 9 Sa- 
rani 9 o gerani 9 cognome al dire di Plinio 



i3p 

(Lib. xviii» c. 3 .) derivatole a scrcndo ; alla 
quale etimologia allude anche Virgilio ( Ac - 
neld. Lib. vi» ) 

vel te sulcos Serane serentem. 

E i Fasti della Repubblica, fra i molti altri 
della stessa Gente con diverso cognome, ri- 
cordano G. Attilio Serrano, che insieme a 
G. Servilio Gepione fu Console nell* anno di 
Roma 647. Fra le lapidi giovi notare la 
celeberrima , della quale si fece cenno al 
numero 16. 



SEX . ATILIVS . M. F 
SARANVS . PRO . COS 
EX . SENATI . CONSVLTO 
INTER . ATESTINOS 
ET . VEICENTINOS 
FINES . TERMINOS . Q 
POSVIT 

Sopra tutte però fanno al caso nostro la 
bella lapide da pochi anni discoperta fra le 
antiche ruine di Libarna dal chiariss. Gav. 
di S. Quintino, e per esso disegnata e pub- 
blicata nelle Osservazioni su quell* antica Co- 
lonia romana, altre volte per noi celebrate 
( Num. 40. ) 



- 4 ° 



CN. ATILIVS 
CN. F. SARRANVS 
FLA.. AV... ATR. 

COL 

Le quali due ultime linee vengono per esso 
lui reintegrate, Flamen Augustalis Patronus 
Coloniae , o veramente Coloniae Libarnae ; 
ed il nuovo frammento trovato a Velie j a e 
riferito dal medesimo nell' istessa occasione , 
ove si legge altro Serrano Duumviro. Dalle 
quali nuove testimonianze , non meno che 
da tante altre già conosciute memorie ve- 
niamo accertati, che la stessa romana fami- 
glia degli Attili! Serrani, avea fermata la 
sua stabile dimora, o in Libarna , o in altro 
luogo nelle vicinanze di Clastidio , forse a 
motivo delle tristi vicende che abbiamo di- 
scorse di sopra ( pag. 5a. ) Quindi erasi dira- 
mata per via di nepoti , e molto più di li- 
berti in moltissime famiglie minori di Attilii 
con cognomi diversi, ed anche di Attiliani 
per mezzo di femmine , secondo V usanza in- 
trodotta fino da primordi delF Impero : i 
cui nomi si trovano abbondantemente sparsi 
nelle lapidi milanesi e di tutta Italia su- 
periore. 

Per rispetto a Liberti, costoro dopo il 
primo coguome servile ricevuto nella casa del 



i4i 

padrone, e portato fedelmente insieme col 
titolo di sna condizione da quegli che avea 
ricevuto il benefizio della libertà, veniva to- 
sto trasmutato ne* suoi figli medesimi cou 
altri cognomi più nobili e cV indole romana, 
ad ostentazione di loro ingenuità, che so- 
vente univano ad altri più illustri per via 
di affinità e parentele. Di tal modo, unendo 
la ricchezza , e le cariche municipali , per le 
quali acquistavano diritto alla romana citta- 
dinanza ed ai rango di cavalieri, a tenor delle 
leggi , faceano ben presto dimenticare la 
prima loro origine e condizione. 

Però G. Atilio Secondo padre di Secon- 
dina , cui spetta il titolo che discorriamo , 
era uno di quegli che avea ricevuta perso- 
nalmente la manumissione , onde si onora del 
nome di liberto a dimostrazione di sua gra- 
titudine verso M. Atilio Serrano suo bene- 
fattore. Se non che nella sua denominazione 
vi hanno alcune piccole anomalie, le quali 
a nostro avviso non altro importano , fuorché 
la declinazione o piuttosto la corruzione de" 
tempi e degli antichi costumi. E primiera- 
mente egli avrebbe dovuto portare lo stesso 
prenome di Marco; quindi avere un cogno- 
me servile ; finalmente indicare il suo pa- 
drone col semplice prenome. Le quali due 
regole prime furono in ogni tempo assai po- 
co osservate , o almeno ebbero molte ecce- 



i4a 

zioni: oltre di che i cognomi numerali fu- 
rono sempre comuni tanto a" servi quanto 
agl" ingenui, specialmente di famiglie nuove, 
presso le quali s" incontrano frequentissimi. 
Nel quanto poi del cognome padronale il 
nostro Secondo avrà forse voluto accennarlo 
espressamente, e per V importanza del per- 
sonaggio, secondo l'uso altre volte indicato; 
o più veramente onde mostrare di non aver 
egli ricevuta la libertà da qualcuno di que* 
tanti Atilii , che Y aveano ricevuta aneli" essi 
poco prima dalla Casa stessa; ma bensì dal 
ceppo primario dell" illustre e grande fami- 
glia de" Sarrani. Non vuoisi finalmente di- 
menticare, che 1" età del nostro monumento 
era ben lontana da quella, in che si mante- 
nevano a rigore le leggi e le costumanze 
intese alla conservazione degli ordini; le quali 
erano quasi andate in obblio nella stessa ca- 
pitale, e caddero intieramente insieme colla 
maestà e grandezza del nome romano. 

Assai rare sono le memorie della Gente 
di Labicio Memore marito a Secondina , ge- 
nero di Attilio Secondo e di Valeriana , ed 
autore del nostro monumento, non trovan- 
dosi che una sola volta con altro cognome 
in lapide del Grutero. Per la qual cosa po- 
nendo mente anche al simbolo dell" Ascia 
scolpita sulla cornice, la cui usanza più fre- 
quente si rinviene fra le genti galliche ( co- 



43 

me si è osservato nella lettera che abbiamo 
premessa del chiariss. Prof. Giardini ) e fa- 
cendo ancora alcun caso della ortografìa del 
K introdotto in quel nome; può ragionevol- 
mente affermarsi esser egli stato celtico di 
nazione, ed originariamente si chiamasse La- 
bico, come Ollorico Re degli Arverni, ed 
altri non pochi nominati da Cesare , Lituico 
Duce, degli Edili, Ibruico ed alcun altro 
nelle monete; con terminazione più latina 
latto Labicio, aggiuntovi un cognome roma- 
no, forse derivatogli per mezzo di qualche 
parentela. Perocché non crediamo quel no- 
me, avvegnaché gallico, possa indurre ve- 
rmi sospetto di origine servile ; al pari di 
quello di Seudo marito ad Attilia Criste 
nella Lapide che abbiamo citata di sopra 
( pag. 114. ) e dei due Gotobi Vero e Pri- 
mo, nominati nell* altro marmo rinvenuto 
insieme, siccome pensava Y illustre Archeo- 
logo che pel primo li fece di pubblica ra- 
gione : 



*44 

M. COTOBO . VERO . F. ET 
SIBI . M. COTOBVS 
PRIMVS . AVG 
T. F. I. 

M. COTOBVS . SECVNDINVS . L 
F. C. 

Che anche i costoro nomi, muniti di cogno- 
mi e prenomi romani suonano indole gallica 
ed insubrica, non meno che quelli di Ab- 
ducillo e de* suoi figli Plosc ilio ed Aego, qui 
prìncipatum in civitate multis annis obti- 

nuerant ; singulari virtute homines 

honesto loco nati et lìberaliter instructi 
( Caes. de bell . civ. Lib . m. 59. et 61. ) di 
Vindillo, di Samao, di Dunno, di Surrica ecc. 
che appariscono giornalmente nelle lapidi di 
queste contrade. D 5 onde rilevasi » che se 
» de* Galli nostri antichissimi Arcavoli siamo 
33 privi di monumenti marmorei e metallici , 
?? abbiamo nondimeno memorie certissime del- 
3) la loro lingua, nei nomi loro ed in quelli 
33 di qualche loro topica Divinità 33 siccome 
si esprime il dottissimo Labus ( Not. al Ro- 
smini Tom. 11. pag. 44 1 * ) 

Le susseguenti forinole e parole dell* epi- 
grafe clastidiana si riferiscono ai riti pel cul- 
to de" Mani , ed alla religion de* sepolcri ; 
secondo T antichissimo uso , 0 piuttosto il 



sentimento naturale ne* popoli di tutti i paesi 
ed età , esteso maggiormente e cresciuto in 
sul cessare del paganesimo. Massimamente 
quello di lasciare ne/ testamenti una parte 
di eredità o speciali legati a' nepoti ed ere- 
di, e più sovente alle Città, agli Ordini, ed 
ai Collegi, siccome quelli che si lusingavano 
dover durare perpetuamente, e non andar 
soggetti alle vicissitudini delle famiglie; col- 
T obbligo ciascun anno di visitare i loro se- 
polcri in certi determinati giorni , mondarli , 
profumarli di unguenti odorosi, spargervi fio- 
ri , e dirvi parole di affetto e di benedizione. 
Allo stesso intendimento comandavano, che 
in simile annuale ricorrenza si facessero sa- 
crifizi, si dessero spettacoli al popolo, e so- 
prattutto si dispensassero sportule ai Magi- 
strati municipali , ai Membri degli Ordini e 
e de’ Collegi, e facesser convito. Le quali 
pratiche non venner dismesse neppure da' pri- 
mi Fedeli, che anzi le riconobbero assai con- 
sentanee alle loro dottrine e speranze intorno 
al nuovo risorgimento de* corpi: onde Pru- 
denzio chiudeva Y Inno per 1* esequie ; 

Nos teda fovebimus ossa 
Violis et fronde frequenti , 
Tumulumque et frigida saxa 
Liquido spargemus odore. 



i46 

E Y ep ulo mortuario essi il chiamavano Agape % 
al pari di tutti gli altri conviti sacri , intesi 
a fomentare ed accrescere la fraternale carità. 
Sulle quali cerimonie y che i Pagani con 
espressione generale chiamavano paventare y 
ed inferias agere , molti Archeologi hanno 
disputato magistralmente, ed hanno posta in 
piena luce la materia , alP appoggio special- 
mente delle antiche lapidi sepolcrali > che 
non di rado accennano alle più minute par- 
ticolari à, e scuoprono alcune nuove ed igno- 
te circostanze. 

Ed appunto anche per questo motivo si 
rende molto commendevole e priva di esempio 
la nostra epigrafe, ove si vede il fiore dell' ama- 
ranto, che insieme colle rose il buon La- 
bicio vuole che adorni in perpetuo il sepol- 
cro della dilettissima Consorte , e de’ cari 
suoi Suoceri. Perocché codesto fiore , che 
deriva il nome dall' attribuitagli proprietà di 
essere immarcessibile , giusta il racconto di 
Plinio { Lib. xxi. cap. 8. ) e che Galeno re- 
puta lo stesso che V Helioerysos , ossia Au- 
relia, per essere color d'oro; che servisse 
ad ornare i sepolcri y non si rileva per ve- 
run 9 antica memoria fuori di un oscuro passo 
di Filostrato , ove dice che di tal modo era 
coronato il sepolcro di Achille » Quindi i 
5 ) Tessali stabilirono i primi di usar le co- 
i one di Amaranto ne' funerali ; chè sebbene 



*47 

w i venti portasser lungi la nave, non perciò 
rimauesser guaste ed appassite (*)*> (Heroic. 
Cap . jvi . y . 14. ) volendo alludere alla suppo- 
sta loro incorruttibilità. Ed è osservabile , che 
se l’usanza vigeva all 5 età di Filostrato, in 
sul principiare del terzo secolo deli’ era no- 
stra, nessun altro scrittore , e specialmente 
verun antica lapide, che tanto frequentemen- 
te ricordano le rose, e più di rado le viole 
ed i gigli, ed anche le corone di mirto, non 
abbiano giammai fatta menzione dell’ ama- 
ranto; onde convien supporre che dal solo 
testo del greco scrittore ne raccogliesse il 
bel rito il gentilissimo Cantor de sepolcri : 

Amaranti educavano e viole 
Su le funebri zolle . 

I Collegi esistenti nell' antico Clastidio , 
a quali Y autore del monumento avea legato 
1 ’ obbligo perpetuo di celebrare codeste iu- 
fcrie , mediante il vantaggio d’ intervenire 
all 1 epulo mortuario , che certamente doveario 
apprestar gli eredi, erano, quello de’ Con - 
tonali, ed altro, che il logoramento e guasto 

(*) OSev Hai sefiavov; apapavnvovg £$a 

TVpOTOL OeTTChhoL SVOpiGCLV IVO* HKV 
OjVepQl T}?V VQ*VV ttltQX (T(X7VpQV$ 

£%i(p8pQ<n pr t d' efapovg. 



10 



i43 

«Mie lettere non permette di leggere, ma 
che fidatamente abbiamo supplito con quello 
de' Fabbri. Al che siamo stati persuasi , non 
tanto dalla strettezza dello spazio nel marmo, 
che non darebbe luogo a parole più lunghe, 
ma più ancora dalla osservazione di essere i 
più frequenti, e che il più delle volte si 
leggono uniti nelle lapidi stesse. E siamo an- 
che d' avviso che ne' piccioli Municipii , e 
ne' Pagi e Vici , ne' quali non poteva am- 
mettersi una maggiore suddivisione di mestie- 
ri, onde stabilire altrettanti Collegi di artefici 
distinti con tanti nomi singolari , che in gran 
parte tengono tuttavia divisi di opinione gli 
Archeologi intorno alla giusta loro interpre- 
tazione ; nel Collegio de' Centonari si aggre- 
gassero tutti coloro che appartenevano a quel- 
1' arte , ma i Sarti altresì e i fabbricatori e 
venditori di panni , e di ogni altra cosa re- 
lativa al vestiario : ed in quello de' Fabbri 
gli artigiani di ferro e di altri metalli, di 
figulina, di legname, di muro e di ogni al- 
tra generazione di arti più necessarie. Peroc- 
ché egli è certo che la parola Cento , signi- 
fica in senso proprio un tessuto composto di 
brani e di cenci di varie sorte, de' quali an- 
ticamente era grandissimo l'uso presso il po- 
polo, e nella milizia ; ed in senso figurato, 
Centones si dissero le unioni di molti versi 
tratti da vari autori , onde compilare una 



’49 

nuova poesia; e che quindi Centonarii erano 
gli artefici , qui centones consuebrmt et ve - 
nundabanti i quali essendo in gran numero 
potevano comporre un giusto Collegio in Mi- 
lano e nelle altre Città maggiori , dove oltre 
di questi, vi aveano quelli de* Tignarii, dei 
Bendrofori, de' Cannofori , de* Martensi , de' 
Giumentarii , ed altri che si veggono nelle 
lapidi. Ma ne' luoghi minori sembra la stessa 
parola importasse una più ampia significazio- 
ne, ovvero che il numero maggiore de’ com- 
ponenti dasse il nome all* intiero Collegio. 

[Non poche altre notizie, ed assai più eru- 
dite induzioni raccoglier si potrebbero dal 
nostro marmo, le quali per non riuscire so- 
verchi noi tralascierem di buon grado; con- 
tenti ad aver dimostrata la sua grande im- 
portanza all' antica storia dell’ illustre Ca- 
steggio, ove pel tratto di tanti secoli rimase 



FINE. 



* 



io 



INDICE 



Dei Nomi che s ' incontrano nelle Lapidi. 
Il carattere rnajuscolo indica le Tici- 
nesi e la Clastidiana , il minuscolo le 
lapidi citate . 

A. 

T. AELIUS VIBIANUS pag. 97 

Aotria Secunda . . 58 

ALBANUS DISP 9 8 

L. ALBUCXUS TROPHI 1 V 1 US 117 

Alfius Onirus • . . 9 r 

Atilia Cristes 114 

ELPIOIS it 9 

Pusilla 132 . 

Secunda ..... ivi 

SECUNDINA . ; 38 

Veamona 

C. ATILTUS SECUNDUS i 38 

C. Atilius Cupito 122, 

Cn. Atilius Saranus 140 

E. Atilius Alpinus 12» 

'M. Atilius Alpinus ivi 

1 M. ATILIUS EROS ... ; 119 

JVIaximus 58 

PnSCUS 132 . 

Sex. Atilius Saranus 189 

ATTI A SECUNDA 



i Sa 

QU. ATJLTCS SP, F ; pag. 68 

Aarelia . » 79 

C. AUREUUS SEGUA T DINU3 no 

B. 

Badia 109 

BELLONA INVICTA AUG 97 

c. 

CAECILIUS VALENTENTUS . • . . . . 106 

C. CAMILIUS CORU3IBUS io5 

E. CARYIHUS 

CALTI A SECONDA 109 

CASSIA QUARTA 77 

CASSIA TROPHE 7 4 

C. CASSIUS PAP. LABEO ivi 

Celata lib. . • . • . ,.3x 

CLARTJS LIB 109 

M. CLAUDICS FIRMUS 18 

Cobronia Sari F. • . . 7 i 

Q. Comarins Severas ...» ibi 

LMP. FL. CONSTANTINUS H. . . . . .38,41 

M. Comelias Hermes » . • . 24 

P. CORNEUUS PATERAUS LEG. (incerto) : 65 

M. Cotobas Prinms i44 

Veras ........... ivi 

Secundinus L , ........ ivi 

CRESCENS ( H. Ulpins Lib. 16 



1 53 



D. 

C. DECIUS ZOTICUS .... . . • pag. 63 

DIANA aa 

DIANA LUCIFERA ai 

T. DIDIUS HERMIAS .43 

T. DIDIUS PRISCUS IVI. F. PAP ibi 

Domina Qu. F. Pupa 6 r 

M. DOMITIUS PRISCUS ........ 100 

L. DOMITIUS SABINUS 63 

Q. Domitius Alpinus »... 33 

E. 

ETRUSCUS . . . a . 3 i 

F. 

E. FLAVIUS GENXALXS in 

E v iillonia Mnesippa . . . • . . , . . .117 

G. 

L. Geminius Messius ; , S8 

I. 

JOVI OPT. MAX ; 16 

I. O. M. AGGANAICO i3 

ISIS .....j.j. ...... 39 

JUNO CORNELIAE . : . 98 



L. 

M. LABICIUS MEMOR ....... pag. i 38 

Licinia 33 

Licinia Cupita 

C. Licinius Verus . aa 

L. LICINIUS YITULI LIB. GRATUS .... ai 

M. 

M. M. ( Mater Magna )••.*...• g 5 

Maximus Maximinus Primitivus 87 

MERCURIUS a 4, a 6 

L. Messius Geminus . .......... 88 

L. MESTRIUS HIERONYMUS n 3 

MINERVA 18 

Minerva Memor .*.*..«.•< .96 

MINICI A CARPINA . : 118 

M. MINICIUS JUST US ÀTILIANUS . . . . 9 S 

N. 

. . .NEVOLUS r : . e ? ....... 8a 

M. NONIUS VERUS *8 

o. 

OLOMANIUS EROT 77 

TERTULLUS ivi 

Q. Ovius Qu. F. 7 1 



p. 

CN. PAPIRIUS OCULATIUS pag. a6 

PETILIA SABINA i# 

C. PETRON 1 US TREPTIO na 

PLOTIA L. L. VITALIS aQ 

L. Plotius Atìmetus .. 3 t 

Polonia maxima 59 

E. TONTIUS EUTICHCJS n 3 

JMELL. .......... ivi 

s. 

L. SALLIUS NIGER . . . ; . 80 

SAL. HELENUS . . : . . . : . . ivi 

SECUNDUS ^ . ivi 

SALVIA PUDENTINA - a 6 

C. SALVIU 3 LIBERALIS COS ioa 

VITELLIANUS .ivi 

SATURNINUS ( M. Ulpius ) 16 

SECURA QUIES (motto) 9 3 

Seudo Aelianus . . f . . . 114 

L. SEXTILIUS PHILODAMUS ...... 109 

L. Sollius Secundus «.59 

SYRINX LIB 3 a 

T. 

O. T ertullus ....... 9 .... : 79 

TI. CAESAR 34 , 36 

C : TIT 1 US LANO ........... 85 

L. TITIUS MONTA NUS ibi 



1 56 



V. 

OCT. VALERIA AFRA pag. no 

VALERIA PATRUINI LIB. . . . . . n5 

VALERIA TESBI A '* 109 

VALERIANA .... * i3G 

C. VALERIUS SABINUS V. P 60 

L. VALERIUS DERGO • • . . . . . . .109 



EROS .......... ivi 

TROPHIMUS a 8 

P. VALERIUS SEVERUS nS 

VETTIA M, F. PRIMA 8 a 

Civilis 84 

Vettius Bolanus 8 a 

jVIarcellus ivi 

NEVOLUS ivi 

M. VIBIUS HIPPOGR.AS no 



Q. VIBIUS QUERCUS 97 

Vìncia Crispina . . • 

V ITE ELIA RUFILLA 



ioa 



Errori Correzioni 

pag, 19 lin. i 5 tuo suo 

48 1 3 fanno furono 

108 i 3 XII.. XIII.